mercoledì 23 maggio 2012

Bolle, mille bolle, sul tribunale di Caltanissetta



Nel fumo di una sigaretta si dissolve in piena notte sullo schermo di una tv la malinconia di un sorriso. Tra il fumo mediatico e quello reale che riempie la stanza, misuro il tempo che mi separa dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, da quell’estate così calda che ha cambiato  irrimediabilmente la storia del nostro paese. Può sembrare rassicurante dopo venti anni trovare le pagine dei tg, dei programmi televisivi e della stampa, attenti a non perdere l’attenzione e la memoria su uno dei momenti più delicati e quindi meno conosciuti, del nostro paese. Mi rassicura al punto tale da farmi credere che finalmente, chiuse le pagine su un ventennio di volontarie censure e disinformazioni politiche, gli ingranaggi della “vecchia e cara” democrazia abbiano ripreso a marciare correttamente. Non che le nuove pagine appaiano limpide; l’attentato di Brindisi, se non altro, è il segno che il binario che accomuna la storia del terrorismo e della democrazia, non trovi mai fine nel nostro paese. Se, come in un gioco di specchi, provassimo poi a sovrapporre i due momenti, senza dimenticare burattini e burattinai che stanno in mezzo, la certezza che qualcosa non torni tra le maglie del racconto sembra concreta. Riavvolgere il nastro non è certo facile. Ciò che sfugge in questi giorni, mi sembra, sia ciò che accade già da anni al Procuratore Capo di Caltanissetta, Sergio Lari. 


Per capire meglio ricordo dunque l’attentato programmato, quattro anni fa, dalla mafia ai danni del magistrato della procura nissena per la riapertura delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del ‘92. Queste le sue parole: «Sono a conoscenza delle relazioni delle forze dell’ordine che parlano di un rischio di attentato ai miei danni da 4 mesi: da allora il ministro dell’Interno si è attivato per rafforzare le misure di protezione a mia tutela facendomi assegnare la scorta che ha sostituito la vigilanza semplice. Io comunque vado avanti nel lavoro con la serenità di sempre». Il suo lavoro è andato sicuramente avanti, con una velocità che non può che non ricordare le sigarette di Borsellino. Sergio Lari non ha dubbi sull’assassinio del magistrato Borsellino, sull’accordo e la trattativa tra Stato e mafia e sul patto tra esponenti di Cosa Nostra e uomini dei servizi segreti. Il suo lavoro, le revisioni del processo a carico di Gaspare Spatuzza, stanno stravolgendo il panorama delle indagini su Cosa Nostra, ribaltando condanne e certezze dell’ultimo ventennio, chiamando in causa quella sottile zona grigia tra stato e criminalità organizzata. 

 
Ciò nonostante la Procura generale della Cassazione vuole venire a conoscenza di quelle pagine in cui i magistrati di Caltanissetta, tra cui il il Gip nisseno Alessandra Giunta, parlano dei “protagonisti’’ della trattativa tra mafia-Stato con passaggi molto duri sulla classe politica dell’epoca. Nomi celebri come quello degli ex ministro dell’Interno e vicepresidente del C.S.M. Nicola Mancino, Virginio Rognoni, Giovanni Conso, l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, gli  ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, e l'ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante. Non c’è tanto da allarmarsi, senza dilungarsi è ovvio ripensare alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, secondo cui fosse stato Mancino a parlare col padre Vito, al suo appuntamento del 1º luglio del ‘92 con Paolo Borsellino, giorno in cui diventava ministro, alle sue amnesie in merito. Pensare all'impegno antimafia del Ministro Claudio Martelli criticato sulla base degli scambi elettorali tra il Partito Socialista Italiano e i pentiti Angelo Siino, Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, e al suo avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta nel crac sindoniano del Banco Ambrosiano, banca da cui il PSI aveva attinto il "conto protezione" grazie a Licio Gelli. Di Giovanni Conso, nominato nel governo Amato I al posto del dimissionario Martelli e riconfermato nel successivo governo Ciampi, direi che il 5 marzo 1993 depenalizzò, con un decreto legge retroattivo, il finanziamento illecito ai partiti tanto da scagionare gli inquisiti di Mani Pulite; anch’egli poi dimissionario all'indomani della scelta di Scalfaro di non firmare il decreto, in seguito alla protesta dei magistrati della procura di Milano. Lo stesso Conso che da Ministro di grazia e giustizia, nel marzo 1993, non rinnova il 41 bis ai 140 mafiosi sottoposti a carcere duro col pretesto, tutto individuale, di indurre cosa nostra a smettere con le stragi. Di Luciano Violante, presidente della Commissione parlamentare Antimafia dal 1992 al 1994, venuto a sapere da Tommaso Buscetta dell'esistenza di un terzo livello della mafia connesso alla politica. Del processo Mori, di Rognoni e delle sue pregresse responsabilità sull’omicidio Moro, e delle amnesie di Amato premier nell'anno delle stragi.


Ecco perché, a prescindere dalle rispettive responsabilità penali, ciò che fa riflettere è il giudizio sulla responsabilità di una classe politica che ha governato il Paese in un momento così delicato. Così Lari: «Poteva un governo di transizione, che voleva prefigurare una nuova Italia, permettersi di trattare apertamente con la mafia? Ecco, dunque, la necessità di agire senza clamore. Ecco, dunque, il verosimile motivo di tante amnesie da parte di uomini di Stato, che per alcuni sono durate 17 anni, per altri continuano, probabilmente, a perdurare ancora oggi». Prima che la Cassazione requisisse le carte di via D’Amelio giustificando la richiesta come una normale attività di vigilanza, il 20 luglio 2010 il Procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo affermava che se magistratura e stato fossero stati capaci di reggere le verità emerse sulle stragi, a crollare sarebbe stato il sistema politico italiano. Per capire facilmente voglio dire che meno di un mese fa, un attentato incendiario ai danni del magistrato e della moglie, il gip Antonella Consiglio, ha messo in pericolo alcune proprietà in contrada Zucco, in territorio di Terrasini. Chiaramente Gozzo è un magistrato impegnato nelle indagini sulle stragi del ‘92-’93 e in quelle relative alle cosche mafiose gelesi; il suo nome, al pari di Sergio Lari, è emerso tra gli elenchi del nuovo piano di Cosa Nostra teso a colpire alcuni magistrati siciliani impegnati nelle indagini antimafia. Ma tornando al 2010 e all’eventuale crollo del sistema politico: a calmare gli umori non a caso è stato Beppe Pisanu, deputato D.C., Forza Italia, poi P.D.L., ex ministro degli interni, più volte sottosegretario di stato al Tesoro e alla Difesa, piduista, anch’egli coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano, responsabile primo dei brogli elettorali delle politiche del 2006 ma non ultimo eletto l'11 novembre 2008 presidente della Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia su indicazione dei Presidenti di Camera e Senato.


Non sembra poco per intuire come, tra pupazzi e pupari, dietro l’ufficialità istituzionale si sveli quella sottile zona grigia tra stato, massoneria deviata e criminalità organizzata. Fu lo stesso Giovanni Falcone a dimostrare come dietro il criptico Camea -i cui membri diedero ospitalità al piduista Michele Sindona durane il suo finto sequestro siciliano- si annidasse una grande loggia segreta che, coadiuvando le minori Iside 2, Ciullo d' Alcamo, Armando Diaz, univa gli uomini di onore di Cosa Nostra con la massoneria segreta in odor di affari e giustizia. Vero baricentro per uomini politici, magistrati, trafficanti di armi e droga, imprenditori, capimafia, banchieri, notai, avvocati e ingegneri. Solo dopo le stragi del ‘92 si apprende che ad essa erano affiliati, tra i tanti, Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate. L’orizzonte delle logge segrete di fatti spiega perché durante gli anni ’80 venissero affiliati alla massoneria personaggi come Angelo Siino,  “ministro dei lavori pubblici”di Totò Riina e coinvolto nello scandalo elettorale del psi, o Salvatore Greco di Ciaculli, dell’Armando Diaz, detto "il "senatore" per l' abilità nel contattare e convincere i politici. All' Armando Diaz erano iscritti anche magistrati, avvocati, professionisti, editori. C' erano anche i cugini Salvo, Nino e Alberto e il Gran Maestro Pietro Calacione, impiegato dell' ospedale civico che aveva buoni contatti pure alla Casa Bianca, il deputato della D.C. Canino. Si tratta di un intreccio sempre meno misterioso, anno dopo anno, inchiesta dopo inchiesta, fino alle 1687 pagine della requisitoria sui delitti politici di Palermo. Fra quei fogli c' è il verbale dell’interrogatorio di Nara Lazzerini, una donna che frequentava Licio Gelli che confessa tra gli amici del Venerabile la presenza di due siciliani, l' euro-parlamentare Salvo Lima e l' onorevole Luigi Gioia. La venuta di Sindona per altro non era indifferente sulle sorti della storia siciliana: è lo stesso Stefano Bontade a spiegare i benefici di un’affiliazione piduista al boss Michele Greco, benefici che sarebbero arrivati sia sul piano politico-finanziario, sia su quello di un possibile golpe separatista della regione.

 
Ma Chi è Gelli, chi è Sindona, cos’è la P2, cosa sono le trame atlantiche, Gladio, quale il ruolo dei vertici politici, finanziari e militari nei decenni che precedono le stragi del ’92, e in quelli successivi che vedono la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita di uno dei partiti più anomali della storia della repubblica. Le inchieste parlamentari e il lavoro di Tina Anselmi e Sergio Flamigni hanno chiarito ampiamente le responsabilità della loggia segreta, la sua missione anticomunista, il suo fine eversivo e golpista nei confronti della repubblica italiana. Non c’è spazio per ricostruire le manovre e la scalata al successo della P2 di Gelli, del coinvolgimento diretto nelle stragi della storia italiana, tra cui l’operazione Tora-Tora e il golpe Borghese, piazza Fontana e della Loggia, dell’Italicus, nel delitto Moro e Pecorelli, nella scalata ai mass-media e nel crollo dell’Ambrosiano, delle sue diramazioni internazionali, tra cui il golpe di Pinochet e le relazioni con i servizi segreti americani. In poche battute mi piacerebbe dire come questa organizzazione segreta annoveri tra i tanti -oltre 3000 affiliati- il fratello Silvio Berlusconi con tessera n. 1816, codice E. 19.78. Lo dico perché mi sembra giusto ripensare alla vicenda Berlusconi, non tanto dal ’93, anno della fondazione della società di produzione multimediale Mediaset o dal ’94, anno a partire dal quale ottiene fino ad oggi quattro incarichi da presidente del Consiglio,  e diventa il terzo politico italiano per durata complessiva al governo e il primo dell'Italia repubblicana, ma perché è giusto guardare agli iceberg rendendosi conto di ciò che sta al di sotto del mare. 


Berlusconi sin dai ’70 è parte integrante dei progetti piduisti, così come ha ampiamente dimostrato Travaglio con la sua lettura comparata del Piano di Rinascita gelliano e le iniziative politiche e economiche berlusconiane. Tra tutti l’assalto ai mass-media e gli attacchi alla magistratura. Aggiungerei anche l’insistenza sul ponte di Messina, progetto piduista contemplato già nei ’70 e la costante presenza del premier sul panorama finanziario massone. Afferma Sindona che la milanese Banca Rosina, attraverso la quale il palazzinaro Berlusconi incentivava la sua speculazione edilizia, insieme al Banco di Sicilia sono i referenti diretti del riciclaggio di Cosa Nostra. Il magistrato piduista Elio Saggia, tessera P2 n. 1888, indagato dalla commissione disciplinare del ministero dell’Interno ed espulso dall’ordine nel 1983 dal Csm, diventerà uno dei numerosi avvocati di Silvio Berlusconi. Lo stalliere, il boss mafioso Vittorio Mangano, legato ai fratelli Grado, -a loro volta parte in causa di un traffico internazionale di armi e droga alle dipendenze di una regia piduista- terminale milanese della famiglia palermitana di Porta Nuova, non è l’unico criminale a dimorare tra le mura di Arcore, lo accompagnano infatti Ciccio Mafara, boss ucciso in un agguato mafioso, i fratelli Contorno e gli stessi Grado. Non è un caso dunque che gran parte dei fratelli piduisti venga scagionato dal giudizio della commissione disciplinare, per trovarsi indenne e pienamente rappresentata all’interno della seconda repubblica e parte attiva nel “nuovo governo” Berlusconi: possiamo dirlo con certezza di Publio Fiori, n. 1878, ministro ai Trasporti, Antonio Martino, “aspirante piduista” con domanda inoltrata di affiliazione, Fabrizio Cicchitto,  n. 2232, e il già citato Beppe Pisanu. Lo stesso Gelli, in perfetto stile massone, conterà 7 ministri piduisti, senza precisare i nomi nel primo governo Berlusconi. L’idea del ponte poi, non è soltanto geografica ma chiaramente culturale e politica, il fatto che la Sicilia sia stata sempre roccaforte berlusconiana e che Angelino Alfano prima e poi Nitto Francesco Palma si siano succeduti in ultima battuta come ministri di giustizia, credo che parli da se.  


Senza creare relazioni dirette e presunte connivenze la Corleone di oggi è proprio la meno celebre Palma di Montechiaro, paese di provenienza dell’omonimo ministro e realtà politica da cui proviene Alfano. Ridurre Berlusconi a questo purtroppo è poco, ma vorrei tornare alle stragi del ‘92 e quindi a quelle del ’93 per annotare come se l’unico movimento politico a beneficiarne apparentemente sia stato proprio quello berlusconiano,  il carro dei nuovi vincitori traghetta nell’imminente futuro gran parte delle idee  e delle forme di un vecchio potere che controlla ormai il paese almeno sin dai ’70. Lo sapeva bene il piduista siciliano Sindona: «Gli ho detto che lui - Giovanni Falcone-, la Commissione parlamentare antimafia, e le controparti americane -per quanto ammirevoli siano le loro intenzioni e la loro dedizione- non si erano nemmeno avvicinati, e mai ci sarebbero riusciti, agli odierni centri del potere creati dal traffico della droga. Gli dissi che quei centri sono veri ingranaggi, le vere fornaci che fanno funzionare qualcosa che è stato solo superficialmente sfiorato dalla cattura e dalla confessione di gente come Buscetta e Badalamenti, o dalla scoperta della cosiddetta “Pizza connection” e “Sicilian connection”». Verità non molto lontane dalle analisi del procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari:  «In Italia la questione criminale e la questione sulla giustizia non sono aspetti secondari, ma s'intrecciano alla storia del Paese. A 20 anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, la situazione è molto cambiata, ma quei fatti hanno condizionato pesantemente la storia del nostro Paese … Fare chiarezza su quei fatti oggi vuol dire ricostruire le radici politico-istituzionali del Paese. Molti ragazzi non hanno vissuto la drammaticità di quegli anni -aggiungendo- l' esigenza di fare chiarezza su quei fatti significa anche ricostruire le radici dell'attuale evoluzione dell'assetto politico-istituzionale del nostro Paese -il magistrato ha quindi concluso- Quando sento parlare di mandanti esterni rispetto alle stragi del '92 mi viene da sorridere. Chi conosce bene l'organizzazione Cosa Nostra sa bene che non riconosce nessun'altra autorità, che nessuno è in grado di darle ordini. Semmai con la mafia si possono ipotizare alleanze di natura strategica che possono essere intessute solo quando Cosa nostra è interessata a stipularle. Quindi, piuttosto che di mandanti esterni, parlerei di concorrenti esterni, cioè di soggetti che nella fase esecutiva delle stragi possono avere avuto interesse a sedersi allo stesso tavolo per portare avanti un obiettivo parallelo». 


Non c’è da meravigliarsi dunque sulla richiesta della Procura generale della Cassazione di invio dell’ordinanza su via D’Amelio: a prescindere dalle competenze, che non sembrano specifiche in merito, anche perché nessuna responsabilità è stata accertata ancora a carico di personalità politico-istituzionali nel disegno criminale stragista, sembra significativo quanto detto da Giovambattista Tona, il presidente dell’Anm nissena che per dieci anni ha fatto il gip nel distretto di Caltanissetta: «Non ricordo ci siano precedenti analoghi, credo anzi che non ce ne sia neppure uno», ma la Cassazione chiede le carte di via D’Amelio “E solo una normale attività di vigilanza”.

                              testo e foto santo mangiameli 

mercoledì 9 maggio 2012

La pietà digitale

La pietà digitale

di santo mangiameli e sandra quagliata  pubblicato in http://www.fotografia30.it/3224/la-pieta-digitale.htm  e in http://www.canonclubitalia.com/

Ancora una Pietà, questa volta a colori, una pietà digitale. Il World Press Photo 2012 racconta e premia la primavera araba citando la Pietà di Michelangelo, l’autore è lo spagnolo Samuel Aranda. (foto 1). Tanti sono stati i pareri, anche in opposizione, alla premiata foto, ma ad Aranda va certo il merito di essere stato il solo fotografo occidentale presente in Yemen durante le rivolte. Sul piano formale la foto che ritrae Fatima Al-Qaws, la donna velata che abbraccia il figlio ferito a Saana, dopo una manifestazione anti-governativa, è un’immagine profondamente semplice e costruita sulle direttrici di una geometria minimale. L’assoluta centralità del soggetto, il dualismo cromatico, la neutralità della quinta lignea e il vuoto prospettico danno all’immagine un elevato valore iconico che astrae la scena dal reale. L’impossibilità, poi, di riconoscere i volti trasforma la foto in un simbolo che parla universalmente della primavera araba.
Ciò che è successo per la foto di Aranda non è certo un caso isolato. Già nel 1997 la Madone de Bentalha (foto 2) foto scattata ad Algeri da Zaouar Hocine (France Presse), venne presentata sulle prime pagine di settecentocinquanta testate mondiali come un’icona suggestiva di uno dei temi più cari all’immaginario cristiano, vincendo nel 1998 il W.P.P.Riconoscendo i meriti alla fotografia, così carica di valori umani e storici nel narrare e denunciare il massacro di quattrocentodiciassette persone, appare però riduttivo riconoscerne il valore unicamente in chiave iconica, ricordando anche quanto detto dal critico e storico d’arte Georges Didi-Huberman sulla “colonizzizzazione” occidentale del dolore di Oum Saâd, la donna musulmana ritratta. 
Così è per le tante “pietà” consegnateci dai grandi del fotogiornalismo: pensiamo a quelle di Salgado, Nachtwey (foto 3) e alla celebre Tomoko Uemura in Her Bath di Smith (foto 4), scattata a Minamata nel 1972 che riuscì a bloccare il progressivo avvelenamento al mercurio della baia di Minamata, causato dalla Chisso Corporation. 
Tra tutte, la “pietà” di Smith ci mostra per prima in che termini si possa tradurre in chiave iconografica un momento emblematico della vita di Tomoko. Più volte si è detto come il modello michelangiolesco emerga dallo scatto di Smith. Se c’è del vero, a nostro avviso, questa lettura presenta dei limiti: Smith ribalta tutti i valori della pietà romana, superando l’idealismo rinascimentale a favore di un realismo storico di denuncia. Fermarsi soltanto al riconoscimento iconografico delle immagini per avvalorarne significato e importanza non ci sembra esaustivo, sarà lo stesso Michelangelo a ripensare la sua scultura elaborando concettualmente, in tarda età, un’idea diversa di pietà, declinata in termini più espressivi. Senza cadere in rigidi parallelismi, le sculture di Michelangelo e lo scatto di  Smith, ci appaiono immagini complementari, lontane da ogni forma di clonazione culturale. Così come Michelangelo per i manieristi, anche Smith consegnerà una riflessione decisiva per le future generazioni. Accadrà per Salgado, Lu Guang (foto 5 e 6) ed altri, al punto tale che sembra riproporsi anche un “manierismo” fotografico. 
Quando negli anni ‘20 del Novecento Max Dvoràk riconobbe i segni di una crisi spirituale e di una nuova sensibilità nelle opere dei manieristi, spiegò come le nuove immagini fossero contraddistinte da una fantasia individuale e creatrice in antitesi alle norme classiche. Al di là dell’ iconografia, la riflessione soggettiva rappresenta il dato indispensabile di un immagine. Così è per la “pietà” di Salgado, scattata in Sudan, potente immagine della dignità della vita umana (foto 7). 
Ci chiediamo dunque quale possa essere, ancora oggi, l’utilità di alcuni pregiudizi artistici sulla fotografia e dove porti l’astrazione imboccata dallo spagnolo Aranda. Così la primavera araba viene raccontata dal gusto occidentale. Un Occidente indiscusso che celebra l’ormai  così vicino Oriente con una codifica e decodifica apparentemente innocua eppure fortemente politicizzata e ancora una volta imponente e imposta. Un Occidente che, incapace d’interpretare, cita se stesso, omaggiandosi. L’estetica vince sulla storia, sulla dignità e il riconoscimento che si dovrebbe ad ogni cultura. E’, forse, integralismo occidentale? Icona, stereotipo di quella civiltà dell’immagine che ai valori estetici ha attribuito priorità, ancor prima del contenuto. Ed è ciò che temeva, riferendosi in generale alla difficile scelta per la premiazione dell’importante già citato concorso W.P.P, Renata Ferri membro della giuria e photo editor di Io Donna, “Senti il rischio di iconizzare il dolore, di cadere negli stereotipi.”. L’Occidente può identificarsi, espiando così la colpa, bisognoso d’essere consolato e redento. E’, forse, ciò che avvenne nel 1955, con la mostra La famiglia dell’uomo di Edward Steichen co-fondatore di Photo-secession, che arrivò, come dice la Sontag “…per dimostrare che l’umanità è una e che gli esseri umani, nonostante i difetti e le cattiverie, sono creature attraenti. Le persone raffigurate nelle fotografie erano di tutte le razze” e ancora, secondo la Sontag, ciò impedisce una comprensione storica della realtà, negando così il peso delle differenze, dei conflitti che hanno le radici dentro la storia. Secondo Renata Ferri la nuova Pietà di Aranda tratta di “formalità classica a cui è difficile non dare retta”. La lettura dell’immagine trova un bivio che in entrambe le direzione non può soddisfare il passaggio alla storia che inevitabilmente fa la foto premiata: occhi ingenuamente ignoranti o storicamente dominanti?

mercoledì 25 aprile 2012

nati per distacco: Mineo don't C.A.R.A.


C’è un’idea di libertà in ogni dove, in ogni tempo, c’è un’idea di libertà negata in ogni popolo, in ogni individuo che ha dovuto e continua a lottare per la propria libertà. 
C’è una libertà minacciata perché la libertà rimane sempre e dovunque il bene più importante da difendere. 
C’è chi pensa alla libertà, c’è chi sogna e chi lotta per la libertà, c’è chi scappa e chi muore per la libertà: in ogni libertà c’è memoria, c’è presente e futuro. 
Oggi nel giorno della festa nazionale della liberazione dal nazi-fascismo, c’è chi lotta ancora per la libertà. 
La nostra storia e la nostra resistenza, nel presente, diventa resistenza condivisa, partecipata e pensata su nuove idee di libertà. Un anno fa abbiamo deciso di condividere la nostra liberazione con quella negata dei migranti del c.a.r.a di Mineo, volevamo vedere, capire, ascoltare le loro storie: c’è un mondo al di là dei recinti, un mondo minacciato che chiede libertà. 
Diritti negati da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di mantenere i propri privilegi sfruttano il lavoro dei migranti.
Dopo un anno nulla è cambiato: gli stessi diritti negati, la stessa libertà per cui si lottava è ancora lontana dal presente.














foto e testi santo mangiameli

Le foto presenti in quest'articolo sono solo un estratto del lavoro Mineo Dont'C.A.R.A.realizzato da Santo Mangiameli e Sandra Qugaliata durante il primo anno di vita del centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo. 

mercoledì 4 aprile 2012

Jeux d'enfants: laboratorio sperimentale sui diritti dell'infanzia



Jeux d'enfants: laboratorio sperimentale sui diritti dell'infanzia di Sandra Quagliata e Santo Mangiameli, con il patrocinio del Comitato provinciale Unicef di Catania.

"...Il progetto è al primo atto. S'impegnerà ad ascoltare bambini di piccole e grandi province dell'Italia, immigrati d'ogni paese, bambini diversamente abili, sarà ospitato da alcune comunità africane, al fine di dar voce e far conoscere la realtà di un momento così importante dell'esperienza umana. (dal manifesto Jeux d'enfants)"

Si ringrazia il Comitato provinciale Unicef di Caltanissetta e il V circolo didattico "M.L.King" di Caltanissetta per l'accoglienza e la collaborazione.

giovedì 29 marzo 2012

Trinacrian cementi: pizzini, affari e new town


Mafia, cemento, arresti, sequestri, aziende e appalti, associazioni a delinquere, frode in pubbliche forniture, profitti illeciti, assenza di servizi e disastri ecologici, speculazione edilizia, cementificazione: catena lessicale che violenta la storia del “sistema ambiente Sicilia” dal dopoguerra a domani. Il cemento, la “civiltà del cemento” assorbe in un vuoto identitario la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra ecologia, la nostra economia. 

Palermo, quartiere Brancaccio, foce del fiume Oreto
            
Cementificare vuol dire solidificare, ma è una traduzione apparente, cementificare vuol dire appesantire, separare, negare, alienare; perché c’è differenza tra la pietra e i pezzi in arenite, il forato e il cemento armato: ad ognuno corrisponde una civiltà, un’umanità e un futuro differenziato. Vivere in una casa in pietra, in un terzo piano abusivo o al decimo piano di un cubo armato non è la stessa cosa. Se provassi a decifrare il mio paesaggio, come realtà partecipata, come eredità del passato affidata alla nostra responsabilità, non potrei fare altro che inorridire dinnanzi a quel “consenso” che ha stretto, come in una morsa, collettività e industria, economia e mafia. 

Palermo, quartiere Brancaccio
 Sono cresciuto in un quartiere dove ho visto cambiare prima le case e poi la gente. Giocavo da piccolo all’ombra di case che crescevano in altezza notte dopo notte sotto il nome del dio forato, poi un’altra notte, quella del terremoto e l’arrivo del cemento “sicuro”. Vidi allora per la prima volta scendere da un elicottero, tra la polvere di un campo di calcio, Bertolaso. Una microstoria che sarebbe diventata l’antefatto di un’indagine sul vissuto, una critica alla cultura egemone. 

Catania, uno dei palazzi di Librino
 Meno di un anno fa, "Doppio colpo", l’indagine seguita dai carabinieri e dalla guardia di finanza di Caltanissetta che ha interessato Sicilia, Lombardia, Lazio ed Abruzzo, ha disposto fermi per alcune figure ai vertici «di "cosa nostra", accusati dei reati di associazione mafiosa e illecita concorrenza con violenza e minaccia e alcuni dirigenti della Calcestruzzi s.p.a. di Bergamo, che devono rispondere di associazione per delinquere e frode in pubbliche forniture. Il provvedimento ha colpito beni per 5,5 milioni di euro e ha imposto sigilli ad un indotto industriale che va da Polizzi Generosa, Riesi, Campobello di Licata, Mussomeli, Caltanissetta, Gela a Bronte. 

Catania, veduta di Librino dallo scorrimento elevato

Dal report di Legambiente si apprende invece che: «La Lombardia, come aziende confiscate (205) è la terza regione d’Italia, dopo Sicilia (561) e Campania (317). E Milano, con 190 immobili sottratti ai clan, è la quinta città d’Italia, dopo Palermo (1924), Reggio Calabria (245), Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania (230) e Roma (209). Come ha sottolineato lo stesso Presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu, in occasione della Relazione di metà legislatura (maggio 2011), non c’è alcun dubbio sul fatto che le mafie hanno oramai «il loro portafoglio al Nord». Nell’anniversario del bel paese il cemento unifica l’Italia più di Benigni e di ogni altra ideologia: mafie e imprese del nord e del sud, sono complici di un sistema edilizio e un’idea di sviluppo che diventa ecomafia nazionale. 

Caltanissetta, i palazzi adiacenti il Tribunale e Viale della Regione
Non c’è da stupirsi,  c’è una linea di pensiero, un’evidenza politica e un’assenza di civiltà, così come hanno detto e denunciato negli ultimi decenni gli insabbiati Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Pier Paolo Pasolini e di recente, anche al di là della  “linea Gotica”, Giovanni Tizian. A calmare gli umori non servono le parole istituzionali di Beppe Pisanu, professionista del potere e responsabile anch’egli di una politica che sin dal dopoguerra ha alimentato violenza, corruzione e speculazione: deputato di Forza Italia e P.D.L. ex ministro degli Interni, ex D.C., più volte sottosegretario di stato al Tesoro e alla Difesa, massone della P2 e coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano, nei brogli elettorali delle politiche del 2006, nel caso calciopoli, non ultimo eletto l'11 novembre 2008 presidente della Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia su indicazione dei Presidenti di Camera e Senato. Cos’altro ha da dire? 

Calatanissetta, le architetture di Viale della Regione
Se non si comprendono i moventi e gli scambi di una zona grigia, come il cemento, della politica italiana che intreccia partiti, finanza, massoneria, mafie e imprese, difficilmente potremo capire il riciclaggio pluridecennale della stessa classe politica che ci ha impoveriti, impauriti e obbligati a vivere in caserme al cemento, in periferie desolanti lasciate al libero arbitrio della criminalità, in città sempre più malsane e prive di storia. 

Calatanissetta, le architetture di Viale della Regione
Librino e il suo “palazzo di cemento”, Brancaccio e lo Zen, sono solo gli esempi urbanistici più conosciuti di una prassi meridionale fatta di varianti progettuali, abusivismo, edilizia popolare, speculazione, riciclaggio, cattiva gestione amministrativa del territorio; una prassi che genera degrado sociale, dispersione scolastica, alienazione umana tra carcasse, ferraglie arrugginite, asfalto, randagi e tralicci dell’alta tensione. Non ultimo: bacini elettorali sicuri e di facile controllo. 

Agrigento, i palazzi che hanno cancellato l'impianto medievale
 Con il cemento e nel suo nome si disegna un’idea di modernità scandalosa che recita, senza alcuna esitazione, la precarietà del pensiero ecologico e la sicurezza dell’invaso al metro cubo. All’ombra dei palazzi giace l’ombra della democrazia: questa è protezione civile. Modernità, pizzini, e new town, modernità, pizzini e metropolitane, così a Palermo, così a Catania, basta collaborare: se in un primo momento, i boss palermitani avevano imposto uno stop alle cosche catanesi, la mediazione di alcuni capimafia vicini a Provenzano, ha fatto si che i catanesi contribuissero con gli appalti di Bagheria e Villabate. A sua volta l’elefantino sotterraneo è il più lento e il meno efficace nella storia dei cantieri specializzati: «solo 3,8 i chilometri realizzati e 6 le stazioni a Catania tra il 1987 e il 1991 (la tratta è però entrata in esercizio nel 1999, dopo 12 anni dall’inizio dei lavori) che diventeranno meno di nove nel 2012, anno previsto per la consegna delle tratte attualmente in fase di costruzione». Chissà perché, forse la stessa storia di varianti e invasi al metro cubo avrà conquistato gli inferi? Qui non c’è razzismo, c’è comprensione del diverso, questa è democrazia.

Costruzioni sulla Agrigento Palermo

Porto Empedocle, edifici in cemento abbandonati

Ragusa, cementificio in pieno centro

Testo e foto Santo Mangiameli

mercoledì 14 marzo 2012

La disinformazione della foto-quotidiana su Canon club Italia


di Sandra Quagliata e Santo Mangiameli

“…secolare minaccia di una conquista surrealista della sensibilità moderna (S.Sontag)”

 Anja Niedringhaus Associated Press 2003
Non contenibile e liquida nella storia, sincera. Così viene utilizzata all’occorrenza, didascalicamente, dalle grandi testate giornalistiche per ricalcare, sottolineare, parole già dette, scritte, stampate e per questo autoritarie e indiscutibili. Perché è vero che c’è anche la fotografia lusingatrice, quella costruita secondo l’impacchettamento televisivo, che va dalla luce alla composizione, passando per la creazione di pathos facilmente vendibile e spendibile, facilmente fruibile e infine tollerabile; ma soprattutto questa fotografia ha la grande potenza d’essere dimenticata: la morte del fotogiornalismo che invece vuole e deve costruire memoria di un paese. Ma troppo lavoro è anche soltanto passare da tutte queste qualifiche prima ancora d’essere dimenticata. Così alle dittature della seconda guerra mondiale scappa la scintilla che pure viene utilizzata durante la propaganda delle stesse, ma che inevitabilmente scappa… è la Magnum a nascere a ridosso di queste perché i fotogiornalisti vogliono dire la propria al di là delle didascalie della propaganda che li ha utilizzati all’occorrenza. Dalla nascita della Magnum, innanzitutto rivendicazione di libertà e autonomia della fotografia cosa è cambiato?

Leonardo Brogioni, giornalista di Progresso Fotografico afferma “Il problema del controllo dei fotografi è così presto risolto: si scelgono coloro che possono essere manipolabili o il cui stile è in sintonia con il messaggio che la rivista deve inviare ai propri lettori (…). La realtà professionale è fatta di fotogiornalisti che lavorano e campano realizzando, loro malgrado, servizi di scarso interesse, di bassa qualità e di poca soddisfazione economica..”
Nella pratica come si esplica questa perdita, innanzitutto, dei lettori?
Il 13 marzo 2003 le più grandi testate nazionali e internazionali dei paesi facenti parte della coalition of the willing, (tra cui, appunto, l’Italia) ci informavano dell’attentato a Nassiriya che causò ventisette vittime e certamente un duro colpo sul piano del consenso, anche mediatico,  alla politica militare della coalizione. Lo facevano tutte con la stessa immagine, quella dell’Associated Press, scattata da Anja Niedringhaus. La foto, in un insolito notturno, inquadrava un militare italiano a guardia dell’area colpita dall’esplosione, col fucile in asse di fronte alle macerie del comando. Se non fosse stato per il gesto del braccio alzato sull’elmetto e il capo chino, che tuttavia rimane sobriamente misurato e composto, e la potenza iconica dell’edificio sventrato volutamente lontano nella semioscurità dell’orizzonte, difficilmente potremmo intendere la tragicità dell’accaduto. Altre immagini avrebbero potuto esprimere un maggiore coinvolgimento umano, quantomeno più vicine in tempo reale all’esplosione mattutina e attente a cogliere la mimica del volto del militare, che invece rimane distante e sovraesposta a causa dei riflettori televisivi. Se la foto si impone sulle prime pagine, traducendo in termini visivi l’enunciato dei titoli nazionali che aprono all’unisono sulla “ Strage degli italiani”, il Manifesto decide, invece, di quadrare e ingrandire la foto in un disperato tentativo di ricerca dell’umano. Che la scelta editoriale non fosse determinata dall’assenza di altre immagini, lo si capisce dal lavoro della Reuters sul posto fin dal momento dell’attentato. La differenza sta sulla potenzialità iconica e simbolica dello scatto di Anja Niedringhaus: la tragedia viene epurata e ordinata secondo uno schema che annulla tutti i segni realistici della tragedia e della sconfitta militare, offrendo al lettore l’immagine appena turbata di un militare capace di continuare la sua missione. Si tratta di un messaggio rassicurante e in linea con il giudizio di un governo che giustifica la sua manovra militare senza mai criticare, nemmeno dinnanzi ad un costo umano così elevato.
L’esercizio di desemantizzazione è ripetibile con moltissime prime pagine degli ultimi dieci anni del Paese, e forse potremmo allargare il campo e iniziare a leggere e decodificare dalla nascita della tv commerciale in poi, quando in Italia tutti i mass-media divengono contorno di questa.
L’influenza dei mass-media sulla società, sull’orientamento politico di una nazione è troppo importante per lasciare ai fotogiornalisti, alla fotografia la libertà d’esprimersi e perché questa assenza non sia troppo rumorosa, perché non ci si interroghi troppo sul perché di tale assenza allora è presente in tutta la sua mancanza di autonomia e in tutta la sua ridondanza.
In Italia siamo al sessantunesimo posto secondo la Classifica Mondiale della Libertà di Stampa del 2011-2012 di Reporter senza frontiere. 

lunedì 27 febbraio 2012

Trinacrian space: “Sete di libertà e fame di terra”



Se “muoversi è un bisogno insopprimibile dell’anima, una dimensione spirituale della conoscenza, una comprensione dell’io attraverso la molteplicità dell’esperienza. Se il viaggio ha la sua vocazione, i suoi itinerari, i suoi imprevisti, le sue riflessioni,  -e- il tempo del viaggio si misura sulla libertà dello spazio e sull’intensità della conoscenza”, a noi tocca decifrare segni e significati. Nel cammino, le prime orme sono quelle della terra, la nostra terra, miste ai venti del cielo. A me della terra piacciono i colori e la linea dell’orizzonte che li divide in campiture terse e definite,  quasi fossero stoffe cucite all’infinito. Chimica del divenire, idea di una forma formante tangente, gioia vitale eternamente conclusa e finita, certezza cosmografia nel suo divenire storico. Così che la linea dell’orizzonte decanta sulla linea di terra; così che il silenzio dell’orizzonte diventa storia: memoria di una terra. Memoria tersa, campita in pensieri cromatici, in gesti antichi, in misteri millenari: ogni croma una nota, ogni nota un’ambizione, ogni ambizione la stessa idea di liberta. Lì sulla linea finita dell’orizzonte c’è un’idea infinita di lotta, catarsi da pensieri eleusini, culti mitraici, gerarchie vaticane, accenti francofoni, baronie, viceregni, latifondi mafiosi, elmi a stelle e strisce, scudi crociati, falsi popoli e false libertà. Crisi ciclica, delusione profonda, “Sete di libertà e fame di terra”, che diventa lotta contadina, torto da riparare, riforma agraria, rivoluzione umana, idea di un’isola reale, così da trasformare l’estetica dell’orizzonte in etica del paesaggio: così la roccia e l'albero. 
 


* La citazione del titolo è di Palmiro Togliatti in Il popolo siciliano ha sete di libertà e fame di terra, su L’Unità 3 settembre 1944; la citazione del testo è in:(http://santomangiameli.blogspot.com/2012/02/trinacrian-space-una-nuova-letteratura.html














   
                        testi e foto: santo mangiameli