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sabato 7 maggio 2016

Trinacrian space: di quanto male e senza fine

 Del male che è stato fatto a questa terra, 
ne ho sentito parlare da chi in questa terra c'è nato, cresciuto e morto, 
del male che continua a essere fatto a questa terra, 
l'ho visto crescendo nei racconti di chi in questa terra c'è nato, cresciuto e morto: 
non mi rassegnerò mai a questa guerra silenziosa.


venerdì 14 febbraio 2014

Novecento nero: un diamante è per sempre

Mineo C.a.r.a. Rifugiati. Sierra Leone. Cicatrici provocate dalle milizie del RUF.

Dietro un diamante c’è un mondo e tante storie, quasi sempre sconosciute. Sono storie di guerra che hanno devastato molti paesi africani. Questo è ciò che è accaduto e continua a verificarsi in molti paesi come Angola, Liberia, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana, Sudafrica, Zimbabwe, Botswana; paesi le cui ricchezze non hanno generato le premesse per uno sviluppo economico e sociale. Ciò nonostante in occidente una cultura sempre più consumista ed elitaria continua ad associare all’immagine e al valore dei diamanti una considerazione sempre più alienata dei sentimenti umani. Anversa e le sue vetrine, “un diamante è per sempre” sono sicuramente i simboli più conosciuti di ciò che voglio dire. Ma a guardarlo dentro, a brillare è lo sfruttamento, la violenza, le guerre, i genocidi, la negazione dei diritti umani, l’impiego tra le milizie di un numero sempre crescente di bambini soldato. In Angola i proventi hanno finanziato Savimbi e l’esercito dell'Unione per la liberazione totale dell'Angola, protagonista di una delle più devastanti guerre civili del Novecento. Sono tanti i paesi africani, denuncia Amnesty, nei quali il commercio di diamanti ha alimentato lunghi e sanguinosi conflitti. La crisi in Sierra Leone è iniziata nel ‘79 attraverso un processo di inesorabile impoverimento e indebitamento dovuto alla progressiva perdita da parte dello Stato del controllo delle concessioni minerarie, passate in mano ad un ristretto oligopolio occidentale. Tra le prime rivolte del ’91 e il programma di stabilizzazione economica del Fondo Monetario Internazionale del ’92,che privatizza le risorse statali, il paese precipita nel caos e nella guerra civile capeggiata da Foday Sankoh capo del Fronte Rivoluzionario Unito. Anziché sanare una situazione di corruzione del governo, il RUF mira al controllo delle miniere. Sia il fronte statale che quello rivoluzionario trovano sostegno nel contributo di industrie belliche, milizie mercenarie, multinazionali e gruppi terroristici chiaramente in cambio di  agevolazioni nel traffico di diamanti. Lo stato prolungato della guerra complica ulteriormente le condizioni di vita dei civili: due milioni di profughi si rifugiano in zone più tranquille del paese o varcano il confine con la Guinea-Conacry e la Liberia. Dal '96 come risposta allo slogan elettorale “Il futuro è nelle tue mani” i guerriglieri del RUF compiranno una serie infinita di mutilazioni a danno dei civili. Nonostante l’esito positivo delle elezioni e l’intervento dell’Ecomog, nel ‘99 i guerriglieri del RUF entrano a Freetown preceduti da centinaia di bambini armati e drogati,  una costante della guerra civile tanto tra le milizie del RUF che sul fronte nazionale appoggiato dalle Nazioni Unite. Sarà proprio la foto del piccolo Kamajoh armato di fucile tra i soldati inglesi  a spingere il governo laburista di Blair a un rapido disimpegno. La figura del bambino soldato è un tratto comune in molte altre guerre africane. “Ebbene – scrive Ryszard Kapuscinski- in Africa sono anni e anni che i bambini ammazzano in massa altri bambini. Oggi le guerre su questo continente sono praticamente tutte guerre tra bambini”. Vittime delle guerre civili, migliaia di orfani trovano rifugio e cibo paradossalmente nelle zone limitrofe alle caserme, agli accampamenti e ai presidi delle milizie, diventando così parte integrante degli eserciti, figli del reggimento. “Questi scontri armati tra ragazzini –continua Kapuscinski- sono particolarmente accaniti e cruenti, in quanto il bambino, non possedendo l’istinto di conservazione, non sente e non capisce il pericolo di morte, non conosce la paura, che è un portato della maturità. Le guerre tra bambini sono state rese possibili anche dallo sviluppo della tecnica. Oggi un’arma automatica a mano è compatta e leggera, le sue ultime generazioni ricordano un giocattolo. La vecchia Mauser era troppo grossa, lunga e pesante. La mano di un bambino era troppo corta per raggiungere il grilletto, il mirino troppo distante per il suo occhio. Le armi moderne risolvono questi problemi ed eliminano questi inconvenienti. Le loro dimensioni si adattano perfettamente alle fattezze di un ragazzino”. Ancora oggi bambini vengono impiegati sui fronti di guerra come manovalanza a basso costo. Ad esempio circa 6000 in Congo e stime non definite ci informano che nel Sud Sudan il fenomeno è dilagante. Dalla Birmania, Afghanistan e Syria arrivano storie drammatiche. Così come in Sierra Leone, si tratta di guerre frontali, mattanze portate avanti a colpi di machete e armi leggere: addestrati, drogati, indottrinati alla guerra, sono loro a pagare il contributo maggiore di un conflitto a loro del tutto estraneo. Nonostante la stesura del processo Kimberly nel 2003 sulla certificazione di provenienza dei diamanti e l’adesione più o meno apparente di  tante multinazionali, il traffico illegale di diamanti sembra non aver conosciuto battute d’arresto significative. Sapere che l’aumento del consumo globale di diamanti raggiungerà una crescita del 60% nei prossimi dieci anni non è incoraggiante.


Mineo. C.a.r.a. Rifugiati della Sierra Leone. Appunti con dettagli sulla guerra civile e sulle violenze causate dal RUF.

Mineo, C.a.r.a. Rifugiati della Sierra Leone. Segni indelebili sulla testa della violenza esercitata dalle milizie del R.U.F. a danno dei civili.
Mineo C.a.r.a. Rifugiati della Sierra Leone. 

domenica 8 dicembre 2013

Novecento nero: "è il nostro tempo, la nostra ora"



Dopo 27 anni di prigionia, l'elezione e il discorso di Mandela segnano la fine dell'apartheid.  Pretoria 10 maggio 1994.

“Oggi, tutti noi, con la nostra presenza qui e con le celebrazioni in altre parti del nostro paese e del mondo, conferiamo gloria alla neonata speranza di libertà. 
Siamo appena usciti dall'esperienza di una catastrofe straordinaria dell'uomo sull'uomo  durata troppo a lungo, oggi qui deve nascere una società a cui tutta l'umanità guarderà e questo ci renderà orgogliosi.

I nostri atti quotidiani devono produrre una realtà del Sud Africa capace di rafforzare la nostra umanità, la fede nella giustizia, di rafforzare la nostra fiducia nella nobiltà dell'animo umano e sostenere tutte le nostre speranze per una vita gloriosa per tutti.
Tutto questo lo dobbiamo a noi stessi  ma anche per i popoli del mondo che sono così ben rappresentati qui oggi. Per i miei connazionali, non ho esitazione a dire che ognuno di noi è intimamente legato al suolo di questo bellissimo paese come lo sono gli alberi di jacaranda di Pretoria e le mimose del Bushveld.
Ogni volta che uno di noi tocca il suolo di questa terra sentiamo un senso di rinnovamento personale. L'umore cambia una nazione come il clima cambia le stagioni. Siamo mossi da un senso di gioia e di euforia quando l'erba diventa verde e il fiore fiorisce.
Tale unità spirituale e fisica che tutti noi condividiamo con questa patria comune, spiega la profondità del dolore che tutti noi abbiamo sentito nei nostri cuori quando ci siamo visti strappare il nostro paese a causa di  un conflitto terribile, che, come abbiamo visto, ci ha causato disprezzo, messo fuori legge e isolato dai popoli del mondo, proprio perché il Sud Africa era diventata la base universale della perniciosa ideologia e la pratica del razzismo e di oppressione razziale.
Noi, il popolo del Sud  Africa, oggi siamo soddisfatti che l'umanità ci ha riportato indietro, nel suo seno, che noi, che eravamo fuorilegge sino a non molto tempo fa, oggi abbiamo avuto il raro privilegio di essere ospiti per le nazioni del mondo qui sul nostro suolo.
Ringraziamo tutti i nostri illustri ospiti internazionali per essere venuti a prendere possesso, con la gente del nostro paese, di ciò che è, dopo tutto, una vittoria comune per la giustizia, la pace, la dignità umana.
 Siamo certi che continuerete a stare da noi, come noi ad affrontare le sfide della costruzione della pace, prosperità, combattendo il sessismo, il razzismo e la non-democrazia. (…)

Il tempo per la guarigione delle ferite è venuto. Il momento di colmare gli abissi che ci dividono è venuto. Il tempo di costruire è su di noi, è il nostro tempo, la nostra ora.


Abbiamo, finalmente, raggiunto la nostra emancipazione politica. Ci impegniamo a liberare tutto il nostro popolo dalla schiavitù continua della povertà, della privazione, della sofferenza, della discriminazione di genere e altro.
Siamo riusciti a compiere i nostri ultimi passi verso la libertà in condizioni di relativa pace. Ci impegniamo per la costruzione di una pace intera, giusta e duratura.
 Abbiamo trionfato nel tentativo di impiantare dei semi di speranza nel cuore di milioni di nostri cittadini. Oggi entriamo nel patto che noi costruiremo una società in cui tutti i sudafricani, bianchi e neri, saranno in grado di camminare a testa alta, senza alcun timore nei loro cuori, certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana - una nazione arcobaleno in pace con se stessa e il mondo.
(…) Dedichiamo questa giornata a tutti gli eroi e le eroine di questo paese, per aver sacrificato la loro vita in molti modi perché potessimo tornare ad essere liberi, e al resto del mondo che ci ha accompagnato in questo cammino.
I loro sogni sono diventati realtà. La libertà è la loro ricompensa.
L'abbiamo capito ora che non vi è nessuna strada facile per la libertà.
Lo sappiamo bene che nessuno di noi da solo può farcela e avere successo.
Dobbiamo quindi agire insieme come un popolo unito, per la riconciliazione nazionale, per la costruzione della nazione, per la nascita di un nuovo mondo.
Fa che ci sia giustizia per tutti.
Ci sia pace per tutti.
 Che ci sia di lavoro, pane, acqua e sale per tutti.
Lasciate ogni sapere saputo e sappiate che ogni corpo, ogni mente e ogni anima sono stati liberati per soddisfare se stessi e per la felicità di ciascuno.
Mai, mai, mai e di nuovo sin questa bellissima terra conosceremo di nuovo l'esperienza dell'oppressione di uno sull'altro, mai più dovremo subire l'umiliazione di essere la puzzola del mondo.
Lasciate che il regno di libertà.
Il sole non sia mai fissato su un risultato così glorioso e umano!
Dio ci benedica e benedica la nostra terra".

lunedì 2 dicembre 2013

Novecento nero: una storia da raccontare.




"Era la metà degli anni settanta. L’Africa entrava nel suo ventennio più buio. Guerre civili, rivolte, colpi di stato, carneficine, e con essi la fame per milioni di abitanti del Sahel (Africa occidentale) e dell’Africa orientale (soprattutto Sudan, Ciad, Etiopia e Somalia): questi alcuni tra i sintomi della crisi. L’epoca piena di promesse e di speranze degli anni cinquanta e sessanta era finita. A quel tempo la maggior parte dei paesi del continente si era liberata dal colonialismo, iniziando un’esistenza di stati indipendenti. Politologi ed economisti di tutto il mondo erano convinti che la libertà avrebbe automaticamente portato con sé il benessere, trasformando l’antica miseria nel regno dell’abbondanza. (…) Ma le cose erano andate diversamente. I nuovi stati africani erano diventati il teatro di accanite lotte per il potere, dove tutto era stato messo a profitto: conflitti etnici e tribali, forze militari, tentativi di corruzione, minacce di omicidio. Nello stesso tempo, i nuovi stati si rivelavano deboli, incapaci di espletare le loro funzioni fondamentali. E tutto questo nel contesto della guerra fredda, che Oriente e Occidente avevano esteso anche al continente africano. Una guerra le cui caratteristiche furono l’assoluta ignoranza dei problemi e degli interessi dei paesi deboli e dipendenti; il trattare i loro drammi e vicende solo in funzione dei propri interessi di grandi potenze; infine, il negare loro qualsiasi peso e significato autonomo. A tutto ciò si aggiungeva l’ormai tradizionale boria e arroganza eurocentrica nei confronti di culture e di società non bianche."

Ryszard Kapuscinski, EBANO.

giovedì 28 novembre 2013

Novecento nero: un senso di colpa.


“Girando per le strade mi resi rapidamente conto di trovarmi intrappolato nella rete dell’apartheid. Anzitutto mi trovavo davanti al problema del mio colore di pelle. Ero bianco.[…] Qui, in Africa, diventava la distinzione principale e, per la gente semplice, anche l’unica. Un Bianco. Un Bianco ossia un colonialista, un predatore, un occupante. Avevo invaso l’Africa, […] sterminando la tribù dell’uomo davanti a me, sterminando i suoi antenati. Ne avevo fatto un orfano e, per giunta, un orfano umiliato e impotente. Sempre affamato e ammalato. […] non riuscivo in coscienza a risolvere il problema della colpa. In quanto Bianco, per loro ero colpevole. La schiavitù, il colonialismo, cinquecento anni di torti subiti erano opera dei bianchi. Dei Bianchi, e quindi anche mia. […] Loro, i Neri, non avevano mai conquistato, occupato o imprigionato. Potevano permettersi di guardarmi dall’alto in basso. Erano di razza nera, ma pura. Mi facevano sentire disarmato senza niente da dire. Stavo male dappertutto. Per quanto privilegiata, la mia pelle bianca mi intrappolava nella gabbia dell’apartheid. ”                           
Ryszard Kapuscinski, EBANO