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lunedì 5 dicembre 2016

Novecentonero: le ragioni del NO

Le ragioni del no sono tante e, da tempo, urlavano a vista per le strade della città

manifestanti sotto la sede milanese della J.P. Morgan Private Bank

domenica 9 novembre 2014

GRASSROOTS: un fiume di pensiero solidale




Crisi is on my mind! Per le strade, sui giornali, ovunque; che lo voglia o meno, la crisi non da tregua: mi accompagna come un mantra infinito. Ma -e con quanta ironia- , il greco κρίσις vuol dire scelta, decisione. Se così è, mi decido a capirne di più, a fare la mia scelta. Edgar Morin ha detto che se questa è una crisi di pensiero lo è perché “il grano della cultura scientifica non arriva più al mulino della cultura umanista”. Ne segue che nella nostra società qualsiasi spazio critico corra il rischio di diventare vittima di uno scientismo folle e senza scrupoli. C’era una volta -e non è una fiaba- l’umanesimo, c’era un tempo nel quale in questo paese ci si impegnava a credere, era il tempo in cui a stupire era il calcolo e la parola, l’idea e la forma, l’uomo e la natura: cos’è l’umanesimo se non compassione per gli altri e per il mondo. Così sono cresciuto, sapendo che questa è stata l’Italia, la mia terra, la mia parola. Dai ponteggi di Assisi al senno di Astolfo, dal cannocchiale all’utopia di un monaco calabrese, dalla ginestra ai quaderni dal carcere, dalla resistenza al suicidio di ogni luna e falò, qualcosa è cambiato. Sul lungo mare di Ostia non ho visto crescere quel grano e ancora oggi l’ho visto violentato, inaridito, sfruttato a più non posso da mani fin troppo avide. Un mulino senza fiume è una ruota inceppata; e senza fiume, né ruota, non c’è pensiero, umanità, civiltà. Questo "villaggio" che oggi codifica il futuro sull’inganno allo specchio,  incassa e spreme indistintamente nella sofferenza di un conflitto endemico. Capire, informare, comunicare, condividere, costruire ecco cos’è che stiamo perdendo. La conoscenza -continua Morin- "è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società". Come dire che è "meglio una testa ben fatta che una testa ben piena".  Di teste piene, stravolte, ossessionate ne ho viste tante, sarà per questo che ovunque io vada e con chiunque io parli non senta altro che il riverbero di una crisi sempre più dissimulata: distillata come olio santo dalla casta sacerdotale, spalmata a colpi di manganello e manovre fiscali, incisa nell'inconscio, essa sembra avere impedito ogni altra via. Cosa non si farebbe per venirne a capo; e intanto la demolizione dei diritti sembra quasi approssimarsi alla fine di una civiltà. Cosa fare? Un diritto alla città -spiega Henri Lefebvre- che vada contro qualsiasi forma di esclusione», un diritto alla città, sia essa locale o globale, una nuova forma mentale e sociale che muova dal basso intesa in termini di diritto esteso alla città. Una città che superi la cartografia e nella quale, dice Amartya Sen, non siano importanti solo l’accesso al cibo o la disponibilità di una casa adeguata, ma la libertà di poter scegliere fra differenti traiettorie per la propria vita. Ed è un pensiero che scorre lento come un fiume di saggezza, che mi consola quando gli argini sembrano crollare, in ogni momento in cui la crisi is on my mind.   
testo e immagini 
santo mangiameli

martedì 1 ottobre 2013

Europa la Troika e Icaro l'inetto



C’è una legge gravitazionale che lega gli individui all’interno di un sistema di equazioni sempre più complesso. Così come in economia le variazioni percentuali di una o più variabili determinano l’andamento di una curva, una gravitazione elastica determina quello della libertà di ogni singolo cittadino. 
C’è chi dice che le generazioni dal ‘73 in poi siano state quotate in borsa ancora prima della nascita. 
Opinioni. 
C’è poco da fare però se un debito pubblico esponenziale, pari a 34.810 euro pro capite, neonati compresi, ha una storia lunga che qualcuno vuole datare ai primi anni ‘80. 
Con tre carte in mano la Banca del Bel Paese rinuncia ai titoli di stato, incrementa la spirale del debito e attacca per la prima volta i salari. Da qui al welfare il passo è breve. 
Dall’economia non si scappa; se c’è libertà la si deve soltanto ad un imprescindibile stato di grazia: l’autonomia dell’individuo. 
Sul pentagramma sociale quasi o pressoché tutto è bloccato. 
Si fa fatica e le aspettative istituzionali, politiche, culturali e economiche stentano ancora a decollare. 
La meritocrazia è un vestito troppo corto che lascia a vista le ipocrisie del sistema, le clientele delle lobby, i calcoli massonici e le perversioni dei padroni. 
Non c’è una nota, non c’è armonia.   
Così l’elastico, nell’illusione del movimento, nella speranza del decollo, ci paralizza con un ritorno impari dall’alto al basso. Curve schizofreniche, insiemi di punti avviliti in uno spazio che non è più cartesiano, avviluppati in un buco nero, tutti in fila, uno per uno, con l’anima in mano. Icari inetti col fegato bucato. 
Ma a volte l’ingranaggio salta, l’elastico si spezza, il treno fischia, la locomotiva, il macchinista ferroviere ... 
basta sentirlo, 
basta volerlo.