Pavilion McCurry:
un racconto a colori che buca il moderno,
immagini a tempo di pioggia nell'autunno milanese.
La settimana che divideva quest’ultimo dalla partita a cui assistetti provocò un’attesa pessoiana, ovvero impalpabile. Con in mano “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa” di Antonio Tabucchi, tenero e passionale, mi immaginavo questo grande scrittore del Novecento sul letto di morte, delirante ma senza limiti nel parlare con i suoi eteronimi, un fiume in piena intento a travolgere qualsiasi punto finale. D’altronde come fai a delimitare un autore che recitava: «Sono in gran parte la prosa stessa che scrivo»? Come fai a tratteggiarlo? Mi spiacque quasi un po’ quando a Torino battemmo i lusitani 3-0 e ci lanciammo verso la conquista della Coppa Uefa che avvenne a distanza di due mesi, in finale, contro una squadra tedesca che a differenza di Pessoa e Lisbona non mi suscitò alcun rimorso anche perché renana come Wenders che, lo ammetto, ho potuto sopportare sempre a fatica.