Visualizzazione post con etichetta lampedusa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lampedusa. Mostra tutti i post

domenica 3 aprile 2016

Trinacrian space: un dio senza mare è un dio che non cammina.

Nella mia terra ogni religione è venuta dal mare 
perché è il mare la vera religione. 
In my land every religion is come back from the sea
 because the sea is the true religion.


sabato 28 dicembre 2013

C.a.r.a natale, gli anni passano ma tu non cambi mai.


Adesso sembra chiaro cos’è il sistema accoglienza italia: bocche cucite, docce fredde, suicidi, proteste, blocchi stradali, permanenze forzate, diritti negati, sono segni concreti di ciò che è la vita all’interno dei centri d’accoglienza. Tutti gli episodi raccontati dalla cronaca, anestetizzata per anni dal tragico epicentro degli sbarchi, non sono novità dell’ultima ora. Ad esempio il cara di Mineo nasce nel 2011 e da allora per i suoi “ospiti”, oggi circa 4000, le difficoltà non sono cambiate affatto. La storia dei migranti, così come in questo paese si è voluta raccontarla, non si ferma soltanto allo sbarco né tantomeno a Lampedusa perché si apre al presente dell’Italia e alla dura realtà dei centri d’accoglienza. Dal CSPA lampedusano di contrada Imbriacola –da dove provengono le dure e assurde immagini delle docce anti scabbia e dove ancora oggi sono reclusi il suo autore e altri 16 migranti tra cui superstiti del naufragio del 3 ottobre - al Cara di Mineo c’è un filo diretto evidente non soltanto nei tempi di detenzione dilatati ben al di là dal limite previsto dalle normative dell’Unione Europea ma soprattutto nel tipo di amministrazione. LampedusAccoglienza Srl, cooperativa che gestisce il centro lampedusano, nasce infatti dall’unione di una più piccola cooperativa agrigentina, la bluecoop, e del consorzio catanese Sisifo che tra i tanti centri d’accoglienza quali il Cspa di Cagliari-Elmas e il Cara di Foggia, gestisce il mega e super affollato c.a.r.a. di Mineo. A sua volta la Sisifo è al vertice di un sistema d’imprese partner tra cui la Senice Hospice, Casa della Solidarietà e Cascina Global Service, vicinissime rispettivamente all’area cattolica di Comunione e Liberazione, all'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, San Tifone e  Domus Caritatis. Tutto ciò in assoluta controtendenza con il lavoro del Papa che con l’Urbi et Orbi di Natale invitata fedeli e no ad una riflessione concreta sulla vita dei migranti, sulla tratta di esseri umani e sui conflitti che attualmente chiamano in causa Siria, Palestina, Iraq, Nigeria, Sud-Sudan, Congo, Repubblica Centroafricana e Corno d’Africa. E’ così che si spiega abbastanza bene come l’intreccio tra affari e politica sia la leva di un sistema che gioca al ribasso sui diritti umani e che qualcuno si ostina ancora a chiamare “accoglienza”. Se l’esistenza del cara di Mineo equivale in affari ad un indennizzo annuo di sei milioni di euro versato alla Pizzarotti e se il contributo medio di circa 30/36 euro per migrante assicura fatturati pari a circa 5 milioni di euro annui alle società che se ne occupano, non credo ci sia altro da aggiungere. Capovolgendo i conti si può dire che il cara di Mineo conta un investimento in sigarette pari a 160mila euro negli ultimi cinque mesi. E’ questa l’accoglienza italiana e va detto chiaramente perché se l’attenzione sul centro lampedusano  compie il miracolo facendo si che finalmente il dibattito superi l’epicentro mediatico dello sbarco, le indagini devono necessariamente aprirsi alla realtà ben più complessa dei centri di accoglienza italiani. Mineo con i suoi suicidi parla ad alta voce all'opinione pubblica svelando cos’è la vita all’interno di un centro, chi sono i migranti, cosa c’è dietro ogni singolo viaggio, quali le ragioni; ma si sa che qui nel nostro paese da decenni la politica estera e la storia dei conflitti africani e del medio oriente rimangono argomenti volutamente trascurati dai media. Nonostante i silenzi e le omissioni di un governo totalmente disinteressato, i coup de théâtre di un ministro degli interni figlio della Bossi-Fini e i finti spot umanitari, sono convinto, che sia necessario portare avanti altre idee sull’accoglienza. 

In tal senso mi piace condividere le parole di Fulvio Vassallo Paleologo apparse di recente su Meltingpot:
“Perché nessuno ha il coraggio di affidare il monitoraggio ad organizzazioni terze non coinvolte in rapporti convenzionati con il ministero dell’interno? Perché non ai Garanti nazionali per minori e detenuti? 
Anche se non ci saranno archiviazioni da parte dell’autorità giudiziaria, presto interverranno organizzazioni internazionali a ricercare le reali responsabilità dello sfascio del sistema di accoglienza in Italia. A questo punto non è possibile aggirare alcune richieste immediate:
Come il decongestionamento dei centri di accoglienza in Sicilia con trasferimenti in altre regioni italiane, con le risorse portate dalla legge di stabilità, in modo da creare un vero sistema di accoglienza nazionale, chiudendo la struttura di Mineo ed assegnando a Lampedusa la funzione autentica di centro di prima accoglienza e soccorso per massimo 48 ore.
Come la rinegoziazione o la sospensione temporanea del regolamento Dublino per ragioni umanitarie in particolare per i migranti provenienti dalla Siria (…) Come il passaggio del sistema di accoglienza dai CARA ai centri SPRAR, con un ruolo maggiore di gestione e di controllo affidato ai comuni ed alle associazioni locali, reintroducendo i controlli contabili della Corte dei Conti e garantendo procedure di assegnazione a rilevanza pubblica in modo da evitare il massimo ribasso e la selezione di gestori inaffidabili.
Come il rigoroso rispetto da parte delle questure e delle prefetture delle normative interne ed internazionali che prevedono la immediata formalizzazione delle misure restrittive della libertà e delle richieste di asilo, l’accesso ai diritti di informazione legale e di difesa, senza quei margini di discrezionalità che hanno consentito finora trattenimenti senza il rispetto del principio di legalità e della riserva di giurisdizione. Si tratta di condizioni minime, che in questo mare di disumanità, basterebbero quantomeno a restituire dignità alla vita di migliaia di persone”.


testo e foto Santo Mangiameli


riferimenti:

http://sandraq85.blogspot.it/2013/07/lampedusa-dai-media-e-storia-migrante.html
http://santomangiameli.blogspot.it/2013/07/lampedusa-dai-media-e-storia-migrante.html



martedì 22 ottobre 2013

venerdì 12 luglio 2013

“L’ampedusa” dai media e storia migrante.

-->
Foto e testo di Santo Mangiameli, Sandra Quagliata


estratto del lavoro 
“L’ampedusa” dai media e storia migrante,
pubblicato su 
The Post Internazionale


“L’ampedusa” dai media e storia migrante

(testo integrale)
 

Il “Tg1” di Minzolini titola il 27 aprile 2011 “L’ampedusa, sbarco record”. L’apostrofo potrebbe essere l’inizio di una lunga discussione sulla trasformazione antropologica che è stata determinata dalla tv del ventennio, dell’ “homo videns” di Sartori, della nostra formazione da divano, della tv che non ci risponde a cui a poco a poco ci siamo abituati, dei social network e dell’illusione della partecipazione, ed è probabilmente vero, ma è ancor di più il segno tangibile della discontinuità tra la percezione della storia e il consumo del presente, della inconsapevolezza di una storia che ci passa accanto. “L’ampedusa” non è un errore grammaticale, ma il segno di una mancata attenzione, voluta distorsione di un sistema e di quei giornalisti che hanno perso ogni riferimento deontologico e ogni responsabilità nei confronti del mestiere. La “Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani” a cura della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma denuncia che: «le carte deontologiche, la cui utilità appare necessaria ma non sufficiente per il corretto svolgimento della professione giornalistica, non bastano a garantire una rappresentazione del fenomeno migratorio realistica, veritiera e corretta. Non riescono a evitare, infatti, un’ambiguità di fondo, che lascia spazio - nel racconto dell’immigrazione e non solo - a varchi pericolosi in termini di influenza sulle percezioni di lettori e spettatori. La distorsione operata nel racconto della cronaca dell’immigrazione è piuttosto evidente».

La denuncia più forte arriva dai lampedusani, considerati dallo Stato, abitanti di una terra di passaggio: «Un sorriso per la stampa. Mentre si susseguono i soccorsi per i migranti, Lampedusa rischia di scontare l'effetto di un linguaggio ansiogeno ed emergenziale -composto da informazioni sommarie, disarticolate, riduttive e a volte false– dei mezzi di comunicazione, che presentano l'arrivo dei migranti come un'aggressione, un assedio e una minaccia di cui aver paura, tra l'altro senza avere alcun rispetto per chi arriva in condizioni disumane e soffre, e vanificando i risultati economici-turistici faticosamente raggiunti in questi anni dagli abitanti di Lampedusa. Stop al reality show». Il manifesto, collocato dall’associazione Alternativa giovani, su uno dei muri di cinta del porto diventato teatro degli sbarchi, dichiara con efficacia il pensiero di tanti lampedusani che provano a smascherare gli stereotipi di un’informazione trasmessa attraverso lo schermo dilatato delle politiche emergenziali e della minaccia costante. Lampedusa è un’isola che naviga al centro di un mare di mezzo e per la sua posizione ravvicinata alle coste africane è meta obbligata per i migranti. Su questa frontiera liquida la loro speranza disorientata si risolve nell’accoglienza obbligata all’interno del Cspa (Centro di soccorso e prima accoglienza) isolano di Contrada Imbriacola che s’impone come momento intermedio di una storia nata molto lontano, carica di premesse, ma malamente raccontata dai media, attenti soltanto a un’icona, a un epicentro drammatico: lo sbarco. Lampedusa però non è soltanto un momento mediatico ma l’isola dei lampedusani indissolubile dallo stesso mare dei migranti sopravvissuti e no. In prima linea il sindaco dell’isola Giusi Nicolini denuncia il contagio diffuso e consolidato di un’assuefazione al silenzio dell’Europa, destinataria del Nobel per la pace «che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra -e considera- questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente». Con lei i suoi abitanti e le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, restituiscono la giusta dignità di esseri umani ai migranti e all’immagine compromessa del nostro Paese e dell’Europa intera. L’assenza di un impegno globale e di una politica nel rispetto dei diritti umani, denuncia il “Rapporto annuale 2013” di Amnesty International, sta rendendo il mondo sempre più pericoloso per i rifugiati e i migranti. Così a crescere sono soltanto i rischi connaturati al viaggio e le condizioni di vita all’interno dei centri di accoglienza, sempre più precarie a partire dal “Villaggio della Solidarietà” di Mineo, tappa obbligata per tanti migranti sbarcati a Lampedusa.

Il Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo, la cui condizione giuridica è anomala poiché opera anche come Cie (Centro di identificazione ed espulsione), è il più grande d’Europa per numero di migranti, oltre 2.800 su una capienza massima di 1.800. Per l’inadeguata assistenza sanitaria, i numerosi casi di tentato suicidio, l’isolamento dai centri abitati, la cattiva gestione legata al business dei finanziamenti pubblici, la tempistica raggirata nei processi di riconoscimento giuridico, per le disparità che interessano le richieste di permessi umanitari, denuncia la Rete antirazzista catanese, il mega Cara siciliano va necessariamente chiuso: «Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti Sprar (Servizio di protezione richiedenti asilo e rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, con positive ricadute nelle disastrate economie locali». Come gli altri centri d’accoglienza, anche il Cara di Mineo rimane un luogo sconosciuto ai grandi media, indifferenti alle problematiche di una delle realtà più tragiche del nostro Paese. All’interno di uno spazio militarizzato, inaccessibile, la storia si fa concreta nei volti e nei racconti dei migranti, in essi traspare la nuova identità del Mediterraneo, segnata dalle rotte di genti in fuga da calamità come quelle del Sahel, dalle guerre dell’Africa magrebina e subsahariana, dai Balcani, dal Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Bangladesh. Nelle storie raccolte nei mesi -perché nel tempo ci è stata data la fiducia e la possibilità di comprendere l’intima natura dell’incontro e dello scambio che nel Centro s’impone- c’è un disagio comune che parla di violenze, povertà, smarrimento, dittature e diritti negati e che agisce sulle motivazioni del viaggio di ogni singolo migrante, sia sul piano dell’esperienza individuale che su quello di un contesto geopolitico e ambientale in continuo cambiamento.

L. e J. erano entrambi bambini durante la guerra civile che iniziò nel 1991 in Sierra Leone e vide contrapporsi civili e gruppi paramilitari formati perlopiù da bambini soldato, sottratti alle loro famiglie, drogati e scioccati, costretti spesso a dover uccidere i propri familiari, divenivano per le milizie perfetti combattenti.

L. ci racconta che nel 1993 trovò rifugio insieme alla madre a cui le forze del Ruf (Fronte rivoluzionario unito) avevano amputato gli arti superiori, dentro un campo Unicef.

J. figlio del capo di un villaggio che nel 1993 venne devastato dalla violenza del Ruf, divenne bambino soldato dopo aver subito la perdita dei genitori e della propria casa. Dal 2011 riescono a condividere gli stessi spazi nel centro di Mineo solo attraverso l’ausilio dei loro stessi connazionali.



O. ventunenne nigeriano di religione cristiana, ha perso i genitori uccisi a nord della Nigeria da estremisti islamici del movimento Boko Haram (il cui nome in lingua locale significa “l’educazione occidentale è un peccato”), rimasto solo decide di partire per la Libia dove incontra M. anch’esso nigeriano di 30 anni, laureato in economia, che ha affrontato il deserto a bordo di un camion in cerca di lavoro. Perso il cugino sotto le bombe di Misurata M. decide di partire insieme a O. per Lampedusa. Arrivano dopo una traversata durata cinque giorni e pagata mille dinari. O. dice: «non volevo morire come i miei genitori, se l’Italia va bene resto, se no vado via».



Il 5 giugno 2013 l’ “International Herald Tribune” mette in prima pagina il reportage dal titolo “L'Italia sotto accusa per la detenzione degli immigrati illegali” dichiarando: «Il Cie alla periferia di Roma, dove gli immigrati illegali possono passare mesi in attesa di essere rimpatriati, non è una prigione. Ma la differenza è solo una questione di semantica». La stampa internazionale ci richiama all’anomalia tutta italiana del mancato interesse dei media e dell’opinione pubblica nei confronti di “strutture inumane, inefficaci e costose”.