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domenica 8 dicembre 2013

Novecento nero: "è il nostro tempo, la nostra ora"



Dopo 27 anni di prigionia, l'elezione e il discorso di Mandela segnano la fine dell'apartheid.  Pretoria 10 maggio 1994.

“Oggi, tutti noi, con la nostra presenza qui e con le celebrazioni in altre parti del nostro paese e del mondo, conferiamo gloria alla neonata speranza di libertà. 
Siamo appena usciti dall'esperienza di una catastrofe straordinaria dell'uomo sull'uomo  durata troppo a lungo, oggi qui deve nascere una società a cui tutta l'umanità guarderà e questo ci renderà orgogliosi.

I nostri atti quotidiani devono produrre una realtà del Sud Africa capace di rafforzare la nostra umanità, la fede nella giustizia, di rafforzare la nostra fiducia nella nobiltà dell'animo umano e sostenere tutte le nostre speranze per una vita gloriosa per tutti.
Tutto questo lo dobbiamo a noi stessi  ma anche per i popoli del mondo che sono così ben rappresentati qui oggi. Per i miei connazionali, non ho esitazione a dire che ognuno di noi è intimamente legato al suolo di questo bellissimo paese come lo sono gli alberi di jacaranda di Pretoria e le mimose del Bushveld.
Ogni volta che uno di noi tocca il suolo di questa terra sentiamo un senso di rinnovamento personale. L'umore cambia una nazione come il clima cambia le stagioni. Siamo mossi da un senso di gioia e di euforia quando l'erba diventa verde e il fiore fiorisce.
Tale unità spirituale e fisica che tutti noi condividiamo con questa patria comune, spiega la profondità del dolore che tutti noi abbiamo sentito nei nostri cuori quando ci siamo visti strappare il nostro paese a causa di  un conflitto terribile, che, come abbiamo visto, ci ha causato disprezzo, messo fuori legge e isolato dai popoli del mondo, proprio perché il Sud Africa era diventata la base universale della perniciosa ideologia e la pratica del razzismo e di oppressione razziale.
Noi, il popolo del Sud  Africa, oggi siamo soddisfatti che l'umanità ci ha riportato indietro, nel suo seno, che noi, che eravamo fuorilegge sino a non molto tempo fa, oggi abbiamo avuto il raro privilegio di essere ospiti per le nazioni del mondo qui sul nostro suolo.
Ringraziamo tutti i nostri illustri ospiti internazionali per essere venuti a prendere possesso, con la gente del nostro paese, di ciò che è, dopo tutto, una vittoria comune per la giustizia, la pace, la dignità umana.
 Siamo certi che continuerete a stare da noi, come noi ad affrontare le sfide della costruzione della pace, prosperità, combattendo il sessismo, il razzismo e la non-democrazia. (…)

Il tempo per la guarigione delle ferite è venuto. Il momento di colmare gli abissi che ci dividono è venuto. Il tempo di costruire è su di noi, è il nostro tempo, la nostra ora.


Abbiamo, finalmente, raggiunto la nostra emancipazione politica. Ci impegniamo a liberare tutto il nostro popolo dalla schiavitù continua della povertà, della privazione, della sofferenza, della discriminazione di genere e altro.
Siamo riusciti a compiere i nostri ultimi passi verso la libertà in condizioni di relativa pace. Ci impegniamo per la costruzione di una pace intera, giusta e duratura.
 Abbiamo trionfato nel tentativo di impiantare dei semi di speranza nel cuore di milioni di nostri cittadini. Oggi entriamo nel patto che noi costruiremo una società in cui tutti i sudafricani, bianchi e neri, saranno in grado di camminare a testa alta, senza alcun timore nei loro cuori, certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana - una nazione arcobaleno in pace con se stessa e il mondo.
(…) Dedichiamo questa giornata a tutti gli eroi e le eroine di questo paese, per aver sacrificato la loro vita in molti modi perché potessimo tornare ad essere liberi, e al resto del mondo che ci ha accompagnato in questo cammino.
I loro sogni sono diventati realtà. La libertà è la loro ricompensa.
L'abbiamo capito ora che non vi è nessuna strada facile per la libertà.
Lo sappiamo bene che nessuno di noi da solo può farcela e avere successo.
Dobbiamo quindi agire insieme come un popolo unito, per la riconciliazione nazionale, per la costruzione della nazione, per la nascita di un nuovo mondo.
Fa che ci sia giustizia per tutti.
Ci sia pace per tutti.
 Che ci sia di lavoro, pane, acqua e sale per tutti.
Lasciate ogni sapere saputo e sappiate che ogni corpo, ogni mente e ogni anima sono stati liberati per soddisfare se stessi e per la felicità di ciascuno.
Mai, mai, mai e di nuovo sin questa bellissima terra conosceremo di nuovo l'esperienza dell'oppressione di uno sull'altro, mai più dovremo subire l'umiliazione di essere la puzzola del mondo.
Lasciate che il regno di libertà.
Il sole non sia mai fissato su un risultato così glorioso e umano!
Dio ci benedica e benedica la nostra terra".

venerdì 12 luglio 2013

“L’ampedusa” dai media e storia migrante.

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Foto e testo di Santo Mangiameli, Sandra Quagliata


estratto del lavoro 
“L’ampedusa” dai media e storia migrante,
pubblicato su 
The Post Internazionale


“L’ampedusa” dai media e storia migrante

(testo integrale)
 

Il “Tg1” di Minzolini titola il 27 aprile 2011 “L’ampedusa, sbarco record”. L’apostrofo potrebbe essere l’inizio di una lunga discussione sulla trasformazione antropologica che è stata determinata dalla tv del ventennio, dell’ “homo videns” di Sartori, della nostra formazione da divano, della tv che non ci risponde a cui a poco a poco ci siamo abituati, dei social network e dell’illusione della partecipazione, ed è probabilmente vero, ma è ancor di più il segno tangibile della discontinuità tra la percezione della storia e il consumo del presente, della inconsapevolezza di una storia che ci passa accanto. “L’ampedusa” non è un errore grammaticale, ma il segno di una mancata attenzione, voluta distorsione di un sistema e di quei giornalisti che hanno perso ogni riferimento deontologico e ogni responsabilità nei confronti del mestiere. La “Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani” a cura della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma denuncia che: «le carte deontologiche, la cui utilità appare necessaria ma non sufficiente per il corretto svolgimento della professione giornalistica, non bastano a garantire una rappresentazione del fenomeno migratorio realistica, veritiera e corretta. Non riescono a evitare, infatti, un’ambiguità di fondo, che lascia spazio - nel racconto dell’immigrazione e non solo - a varchi pericolosi in termini di influenza sulle percezioni di lettori e spettatori. La distorsione operata nel racconto della cronaca dell’immigrazione è piuttosto evidente».

La denuncia più forte arriva dai lampedusani, considerati dallo Stato, abitanti di una terra di passaggio: «Un sorriso per la stampa. Mentre si susseguono i soccorsi per i migranti, Lampedusa rischia di scontare l'effetto di un linguaggio ansiogeno ed emergenziale -composto da informazioni sommarie, disarticolate, riduttive e a volte false– dei mezzi di comunicazione, che presentano l'arrivo dei migranti come un'aggressione, un assedio e una minaccia di cui aver paura, tra l'altro senza avere alcun rispetto per chi arriva in condizioni disumane e soffre, e vanificando i risultati economici-turistici faticosamente raggiunti in questi anni dagli abitanti di Lampedusa. Stop al reality show». Il manifesto, collocato dall’associazione Alternativa giovani, su uno dei muri di cinta del porto diventato teatro degli sbarchi, dichiara con efficacia il pensiero di tanti lampedusani che provano a smascherare gli stereotipi di un’informazione trasmessa attraverso lo schermo dilatato delle politiche emergenziali e della minaccia costante. Lampedusa è un’isola che naviga al centro di un mare di mezzo e per la sua posizione ravvicinata alle coste africane è meta obbligata per i migranti. Su questa frontiera liquida la loro speranza disorientata si risolve nell’accoglienza obbligata all’interno del Cspa (Centro di soccorso e prima accoglienza) isolano di Contrada Imbriacola che s’impone come momento intermedio di una storia nata molto lontano, carica di premesse, ma malamente raccontata dai media, attenti soltanto a un’icona, a un epicentro drammatico: lo sbarco. Lampedusa però non è soltanto un momento mediatico ma l’isola dei lampedusani indissolubile dallo stesso mare dei migranti sopravvissuti e no. In prima linea il sindaco dell’isola Giusi Nicolini denuncia il contagio diffuso e consolidato di un’assuefazione al silenzio dell’Europa, destinataria del Nobel per la pace «che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra -e considera- questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente». Con lei i suoi abitanti e le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, restituiscono la giusta dignità di esseri umani ai migranti e all’immagine compromessa del nostro Paese e dell’Europa intera. L’assenza di un impegno globale e di una politica nel rispetto dei diritti umani, denuncia il “Rapporto annuale 2013” di Amnesty International, sta rendendo il mondo sempre più pericoloso per i rifugiati e i migranti. Così a crescere sono soltanto i rischi connaturati al viaggio e le condizioni di vita all’interno dei centri di accoglienza, sempre più precarie a partire dal “Villaggio della Solidarietà” di Mineo, tappa obbligata per tanti migranti sbarcati a Lampedusa.

Il Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Mineo, la cui condizione giuridica è anomala poiché opera anche come Cie (Centro di identificazione ed espulsione), è il più grande d’Europa per numero di migranti, oltre 2.800 su una capienza massima di 1.800. Per l’inadeguata assistenza sanitaria, i numerosi casi di tentato suicidio, l’isolamento dai centri abitati, la cattiva gestione legata al business dei finanziamenti pubblici, la tempistica raggirata nei processi di riconoscimento giuridico, per le disparità che interessano le richieste di permessi umanitari, denuncia la Rete antirazzista catanese, il mega Cara siciliano va necessariamente chiuso: «Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti Sprar (Servizio di protezione richiedenti asilo e rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, con positive ricadute nelle disastrate economie locali». Come gli altri centri d’accoglienza, anche il Cara di Mineo rimane un luogo sconosciuto ai grandi media, indifferenti alle problematiche di una delle realtà più tragiche del nostro Paese. All’interno di uno spazio militarizzato, inaccessibile, la storia si fa concreta nei volti e nei racconti dei migranti, in essi traspare la nuova identità del Mediterraneo, segnata dalle rotte di genti in fuga da calamità come quelle del Sahel, dalle guerre dell’Africa magrebina e subsahariana, dai Balcani, dal Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Bangladesh. Nelle storie raccolte nei mesi -perché nel tempo ci è stata data la fiducia e la possibilità di comprendere l’intima natura dell’incontro e dello scambio che nel Centro s’impone- c’è un disagio comune che parla di violenze, povertà, smarrimento, dittature e diritti negati e che agisce sulle motivazioni del viaggio di ogni singolo migrante, sia sul piano dell’esperienza individuale che su quello di un contesto geopolitico e ambientale in continuo cambiamento.

L. e J. erano entrambi bambini durante la guerra civile che iniziò nel 1991 in Sierra Leone e vide contrapporsi civili e gruppi paramilitari formati perlopiù da bambini soldato, sottratti alle loro famiglie, drogati e scioccati, costretti spesso a dover uccidere i propri familiari, divenivano per le milizie perfetti combattenti.

L. ci racconta che nel 1993 trovò rifugio insieme alla madre a cui le forze del Ruf (Fronte rivoluzionario unito) avevano amputato gli arti superiori, dentro un campo Unicef.

J. figlio del capo di un villaggio che nel 1993 venne devastato dalla violenza del Ruf, divenne bambino soldato dopo aver subito la perdita dei genitori e della propria casa. Dal 2011 riescono a condividere gli stessi spazi nel centro di Mineo solo attraverso l’ausilio dei loro stessi connazionali.



O. ventunenne nigeriano di religione cristiana, ha perso i genitori uccisi a nord della Nigeria da estremisti islamici del movimento Boko Haram (il cui nome in lingua locale significa “l’educazione occidentale è un peccato”), rimasto solo decide di partire per la Libia dove incontra M. anch’esso nigeriano di 30 anni, laureato in economia, che ha affrontato il deserto a bordo di un camion in cerca di lavoro. Perso il cugino sotto le bombe di Misurata M. decide di partire insieme a O. per Lampedusa. Arrivano dopo una traversata durata cinque giorni e pagata mille dinari. O. dice: «non volevo morire come i miei genitori, se l’Italia va bene resto, se no vado via».



Il 5 giugno 2013 l’ “International Herald Tribune” mette in prima pagina il reportage dal titolo “L'Italia sotto accusa per la detenzione degli immigrati illegali” dichiarando: «Il Cie alla periferia di Roma, dove gli immigrati illegali possono passare mesi in attesa di essere rimpatriati, non è una prigione. Ma la differenza è solo una questione di semantica». La stampa internazionale ci richiama all’anomalia tutta italiana del mancato interesse dei media e dell’opinione pubblica nei confronti di “strutture inumane, inefficaci e costose”.




















mercoledì 26 ottobre 2011

circuìti circensi

“io del circo non so niente; 
mi sento l’ultimo al mondo a poterne parlare con conoscenza di storia, di fatti di notizie”

Federico Fellini