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sabato 25 aprile 2015

Un applauso dunque, un pugno al cielo: buona resistenza a tutti.



L’antifascismo che nasce dal pane, dal vino, dalla terra, dal sudore, dalle mani, dall’umiltà, dalla fatica, dall’onestà del lavoro, dal pensiero, dall’amore. Resistere, perché è umano. Come pietre assolate, l’una sull’altra, in un giorno d’aprile, segnano un tempo che resta umano, che ha bisogno dell’uomo, come un figlio del padre, come un nipote del nonno, come il tempo della storia. Non c’è differenza: che arrivi dagli appennini o da lontano, che la si fucili alle spalle o anneghi in mezzo al mare, la storia è una e l’accoglienza è un valore della resistenza. Un applauso dunque, un pugno al cielo: buona resistenza a tutti. 

venerdì 25 aprile 2014

Contro ogni fascismo, ovunque.


Canto degli ultimi partigiani 
 Franco Fortini

 Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
 Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà. 

1946

Se gli appennini e la resistenza, oltre il mare, in fondo allo stretto.


Resistono ancora le montagne; nonostante tutto resistono in questo paese che è tutto mare e montagne. Resistono ancora gli appennini al mutare del vento, degli inverni e della primavera, coi loro sassi aspri e severi e si scioglie ancora la neve nei fiumi, in quell’acqua da bere che corre giù a valle dove la lotta oggi si fa più dura. Resiste ancora la passione e la fatica dei sentieri partigiani che da nord a sud, oltre lo stretto, e al di là dei vulcani coniuga ancora la libertà alla natura, il sogno alla Storia. Resiste ancora il mare con le correnti, i pesci nel loro silenzio, fino in fondo dove ogni respiro è vita.







Sempre nuova è l’alba

 Rocco Scotellaro


Sempre nuova è l'alba 

Non gridatemi più dentro, 
non soffiatemi in cuore 
i vostri fiati caldi, contadini. 

Beviamoci insieme una tazza colma di vino! 
Che all'ilare tempo della sera 
s'acquieti il nostro vento disperato. 

Spuntano ai pali ancora 
le teste dei briganti, e la caverna – 
l'oasi verde della triste speranza – 
lindo conserva un guanciale di pietra.... 

Ma nei sentieri non si torna indietro. 
Altre ali fuggiranno 
dalle paglie della cova, 
perchè lungo il perire dei tempi 
l'alba è nuova, è nuova. 


[1948] 

martedì 17 maggio 2011

"Non fate più scommesse sulla figlia del droghiere"

                
                                               Antonio Gramsci    
                                                INDIFFERENTI
                                                        1917
 
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere  partigiani". Non possono esistere solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


in "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.


 partito.