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domenica 18 dicembre 2016


"Sintiti, sintiti per ordini del cumannu militari"

santo mangiameli
Sicilian AV Project


"Sintiti" c'è un'isola in mezzo al mare e la sua gente, una storia e una terra derubate, sacrificate al culto di un profitto alieno alla sua vocazione, "per ordini del cumandu militari", un potere che "ha datu ordini del coprifuocu".
Ma in quest'isola, tra chi non vuole vedere e chi resta fermo nei limiti di una rassegnazione muta e contraddittoria, "sintitisintiti" c'è invece chi ha sofferto, pensato e lottato, chi continua a farlo anche oggi, chi vuole trasformare in coscienza critica il senso di appartenenza e l'identità di un'intera società, superare i problemi che da cinquant'anni ne hanno violentato la memoria. (Santo Mangiameli)

All photos by SANTO MANGIAMELI - http://santomangiameli.blogspot.it
Music composed and produced by Antonino Musco featuring Shirin Demma on vocals - http://eermusica.bandcamp.com

(c) & (p) 2014 Eclectic Electric ASCAP - http://www.eermusica.com

martedì 19 novembre 2013

Niscemi, la mafia e il Muos. Di Antonio Mazzeo. I Siciiani giovani.



Niscemi, la mafia e il Muos. Di Antonio Mazzeo. I Siciiani giovani.

Appalti milionari alle aziende contigue alla mafia a Comiso e a Si­gonella. E a Niscemi?
L’Annesso al Memorandum d’intesa Italia-USA del 2 febbraio 2005, re­lativo alle installazioni concesse in uso alle forze armate USA, al capitolo XI preve­de che nel caso di acquisti di beni o ser­vizi in Italia, i Comandi mili­tari statu­nitensi esaminino la possibilità di adot­tare «procedure simili a quelle del­le forze armate italiane, comprese quel­le previste dalla normati­va antima­fia».
La contorta formulazione non obbliga pur­troppo il Dipartimento della Difesa a uni­formarsi alla legislazione nazionale contro l’infiltrazione criminale negli ap­palti e nei subappalti. Il processo di mili­tarizzazione e la proliferazione di basi USA e NATO in Sicilia hanno contribuito così a rafforzare il potere economico e po­litico delle orga­nizzazioni criminali, pro­postesi sin dallo Sbarco Alleato del 1943 come un partner credibile di Washington per il controllo sociale dell’Isola.
La costruzione della base missilistica nucleare a Comiso o i programmi “Mega” a Sigonella per con­solidare il suo ruolo strategico nel Medi­terraneo hanno assicu­rato affari mi­lionari alle aziende contigue a Cosa No­stra.
Processi analoghi si sono sviluppati an­che a Niscemi con l’insediamento della stazione di radio-telecomunicazione della Marina USA tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ’90 e, con evidenza maggiore, nel corso dei lavori di sbancamento e rea­lizzazione delle piattaforme del MUOS.
Qui comanda la mafia!
Da tempi remoti la città di Niscemi è soggetta al dominio di potenti e sanguina­rie organizzazioni mafiose.
«Per la posi­zione geografica che la col­loca al confine fra le province di Caltanis­setta e Ragusa e per la sua notevole vici­nanza alla città di Gela, Niscemi funge da idoneo crocevia di affari criminali, nel quale vengono a convergere i sodali delle varie associazio­ni mafiose, operanti pre­valentemente nel­la parte meridionale della provincia nisse­na», rilevano i magistrati del Tribunale di Catania nell’ordinanza di custodia caute­lare emessa nella primavera del 2013 con­tro alcuni boss locali.
Le cosche niscemesi
L’importanza della mafia niscemese nel panorama criminale dell’Isola e le sue ca­pacità di penetrazione nel tessuto socioe­conomico sono note però da oltre vent’anni. «La mafia di Ni­scemi è affidata ad una potente organizza­zione che conta un centinaio di affiliati, con rilevanti pre­senze nella vita poli­tico-amministrativa dell’ente locale», si legge nella relazione della Commissione Parla­mentare Antima­fia in visita nella provin­cia di Caltanisset­ta nel dicembre 1994.
«Le presenze più significative si ricono­scono nella cosca di Bartolo Spatola, col­legata con le organizzazioni operanti nel catanese e nella cosca di Salvatore Russo con collegamenti a Scoglitti, Gela, Mila­no, Bollate e Venegono Superiore, oltre che in Germania (Metzinge) e in Belgio».
I clan si sono fatti la guerra sempre e con ogni mezzo, alleati gli uni con Cosa Nostra, gli altri con la cosiddetta “stidda” sorta a Gela a seguito della fuoriuscita di alcuni esponenti dalle cosche storiche lo­cali. Una guerra efferata per il controllo degli appalti pubblici, del traffico degli stupefacenti e delle estorsioni, pagata con un incomparabile tributo di sangue: dal 1987 al 1992 nella provincia di Caltanis­setta si registrarono 235 omicidi e circa 200 tentati omicidi, 27 i morti am­mazzati nella sola Niscemi.
«In quegli anni la cittadina nissena era vittima di un’inaudita ferocia omicida», scrive il giornalista Sebastiano Gulisano nel volume La morte e la speranza. Ni­scemi, una storia siciliana, pubblicato nel dicembre 1997.
Il libro di Gulisano
«Si moriva al bar e dal barbiere, nei vi­coli bui e isolati o tra la folla durante i fe­steggiamenti della Patrona. Una guerra che ha scandito gli anni ‘80 ed i primi del decennio ‘90, investendo anche regioni lontane dalla Sicilia come Lombardia, Emilia Romagna e Liguria». L’ecatombe non risparmiò neppure i bambini: il pome­riggio del 27 agosto 1987, durante un con­flitto a fuoco tra killer di mafia, furono falcidiati mentre giocavano in strada Giu­seppe Cutroneo e Rosario Montalto, ri­spettivamente di nove e undici anni d’età.
A fronteggiarsi al tempo c’erano le “fa­miglie” degli Arcerito, degli Spatola e dei Paternò (Cosa Nostra) e quelle dei Russo, dei Vacirca e dei Campione alleate degli “stiddari”.
Come ricorda ancora Sebastia­no Gulisa­no, la guerra di mafia scoppiò il 30 aprile 1983 con l’omicidio di Salvatore “Totò” Arcerito, boss legato ai vecchi ca­pimafia del dopoguerra in provincia di Caltanis­setta: Calogero Vizzini, Giu­seppe Genco Russo e Giuseppe Di Cristi­na.
I due tronconi del clan
La morte del patriarca determinò una frattura all’interno della “famiglia” nisce­mese: il clan si divise in due tronconi che si fronteggiarono militarmente, quello ri­masto fedele agli Arcerito e agli Spatola e quello che fu diretto da Giuseppe Di Mo­dica e Giuseppe Carcica, l’uomo accusato dell’uccisione di Totò Arcerito. Caddero via via sotto il fuoco nemico alcuni perso­naggi “eccellenti”: Vittorio Scifo, ad esempio, noto come il “mago di Tobruk”, assassinato l’11 luglio 1983 davanti all’ingresso del suo bar nella centralissi­ma piazza Vittorio Emanuele, o il boss Giuseppe Spatola, morto il 15 ottobre del­lo stesso anno in un agguato che causò il ferimento accidentale di uno studente e due ragazze di passaggio.
Dopo un’effimera tregua tra le parti, il conflitto riesplose più violento nell’estate del 1990: in meno di cinque mesi furono assassinate a Niscemi sette persone, Giu­seppe Vacirca, Giuseppe Trainito, Carme­lo Valenti, Gaetano Campione, Giuseppe Falcone, Roberto Bennici, e Gaetano Bar­toluccio, mentre scamparono miracolosa­mente alla morte Giuseppe Pepi e Giusep­pe Amedeo Arcerito.
Per la loro efficienza militare, i killer niscemesi furono impie­gati dagli “stidda­ri” nell’azione stragista verificatasi a Gela il 27 novembre 1990, quando furono ese­guiti quattro agguati in luoghi differenti, tra cui una sala giochi del Corso Vittorio Emanuele, con la morte di otto persone e il ferimento di altre undi­ci.
Nell’istruttoria sulla strage
La ricomposizione dei clan, vide emer­gere come dominus incontrastato della “famiglia” di Niscemi fedele a Cosa No­stra il pregiudicato Giancarlo Giugno, il cui nome compare persino nell’istruttoria sui telefonini usati per la strage di Capaci del maggio 1992, quando morirono il giu­dice Giovanni Falcone, la moglie France­sca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Il suo curriculum criminis si apre con un arresto il 23 dicembre ’84 su ordine della Pro­cura di Caltagirone per l’accusa di associazion­e per delinquere di stampo mafio­so.
Il 12 gennaio 1986 Giancarlo Giugno ricevette un provvedimento di diffida dal­la Questura di Caltanissetta; cinque anni più tardi fu nuovamente arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Leopardo” scaturita a seguito delle di­chiarazioni di alcuni collaboratori di giu­stizia, tra cui Leonardo Messina.
A Giu­gno che all’epoca ricopriva l’incarico di consigliere comunale della Democrazia cristiana, fu contestato il rea­to di favoreg­giamento personale perché sorpreso in compagnia del latitante Ales­sandro Barbe­ri di Gela, personaggio di ri­lievo della mafia nissena. Il 15 aprile 1999, Giancar­lo Giugno fu condannato a 8 anni di reclu­sione per associazione ma­fiosa con sen­tenza della Corte d’Appello di Caltanis­setta. Una condanna ancora più pesante (10 anni di reclusione per costitu­zione, di­rezione e finanziamento di asso­ciazione fina­lizzata al traffico illecito di stupefa­centi) giunse invece il 13 maggio 2004, ancora una volta dalla Corte di Cal­tanissetta. Al pregiudicato fu inflitto infi­ne il soggiorno obbligato nelle Marche.
Cercava di intimidire i pacifisti
Rientrato qualche tempo dopo a Nisce­mi, Giugno riprese il suo ruolo guida del clan di mafia, godendo di un’illimitata li­bertà di movimento nella cittadina e nei comuni limitrofi. Lo si poteva incontrare quotidianamente al bar o in piazza, solo o in compagnia di noti pregiudicati o di sti­mati e incensurati professionisti locali. Nelle fasi più calde della protesta contro il MUOS, il boss era lì a intimidire con la sua ingombrante presen­za i giovani attivi­sti del Comitato No MUOS.
Sono ancora in molti che lo ricor­dano assistere ai flash mob di controinformaz­ione tra le vie del paese e, nel gennaio 2013, aggirarsi impunemente all’interno del presidio di contrada Ulmo da dove partivano le azioni di blocco dei mezzi impiegati nei lavori alla base militare.
Inaspettatamente, il 16 febbraio 2013 Giancarlo Giugno è stato arrestato dalla Squadra mobile di Caltanissetta con l’accusa di essere stato tra i mandanti dell’assassinio di Roberto Bennici e del tentato omicidio di Francesco Nanfaro, due affiliati alla “stidda” raggiunti dai kil­ler il 23 ottobre 1990.
Un altro omicidio
Due mesi più tardi Giugno è stato rag­giunto in carcere da un altro mandato di custodia cautelare emes­so su richiesta del­la Direzione Distrettuale Antimafia di Ca­tania nell’ambito dell’inchiesta su un altro grave fatto di sangue accaduto durante le feste patronali dell’agosto 1991: il duplice omicidio di Paolo Nicastro e Salvatore Campione, esponenti locali della “stidda”.
Dopo il provvedimento, i funzionari del Ministero della Giustizia hanno decretato il regime del carcere duro (41bis) nei con­fronti di Giancarlo Giugno; nel luglio 2013, la Questura di Caltanissetta ha inve­ce ordi­nato il sequestro dei beni intestati.
La pa­rabola criminale del mafioso di Ni­scemi è forse finita a metà settembre: se­condo quando trapelato sulla stampa, Giu­gno avrebbe avviato una collaborazio­ne con gli inquirenti delle Procure di Ca­tania e Caltanissetta, rivelando particolari ine­diti sulla lunga guerra di mafia nel trian­golo Gela-Niscemi-Vittoria e sulle collu­sioni di politici e imprenditori locali con la crimi­nalità organizzata.
L’infiltrazione nei cantieri
A Niscemi sono in tanti ad augurarsi che il pregiudicato apra uno squarcio sulle oscure vicende legate all’assegnazione dei subappalti per i lavori all’interno della stazione NRTF o alla fornitura di beni e servizi alle forze armate statunitense in questi ultimi vent’anni.
Alle opere del MUOS, in qualità di su­bappaltatrice, ha partecipato ad esempio la “Calcestruzzi Piazza S.r.l.”, società sot­to osservazione degli inquirenti per pre­sunte contiguità criminali. L’azienda si è aggiudicata la movimentazione terra, la fornitura di ce­mento e la costruzione dei basamenti per le maxi antenne.
A riferirlo per primo, il giornalista Gio­vanni Tizian in un articolo pubblicato il 2 novembre 2011 su l’Espresso. «La Calce­struzzi Piazza S.r.l. è riconducibile all’imprenditore Vincenzo Piazza, persona associata al boss Giancar­lo Giugno», scrisse Tizian. Nel 2009 Piaz­za aveva però trasferito la carica di ammi­nistratore unico dell’azienda alla moglie Concetta Valenti.
Il 14 febbraio 2012, il senatore Giusep­pe Lumia ha presentato un’interrogazione ai ministri della Difesa e dell’Interno, ri­ferendo in particolare che la Direzione Di­strettuale Antimafia di Caltanissetta e «al­tri elementi info-investigativi» aveva­no documentato i legami di Vincenzo Piazza con il boss Giancarlo Giugno. «Nel corso dell’indagine Atlantide-Mer­curio della Procura di Caltanissetta (gen­naio 2009), sono emersi contatti del Piaz­za con espo­nenti mafiosi che evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa No­stra nell’appalto per i lavori di recupero, con­solidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, com­missionati dal Comune di Niscemi», ha evidenziato Lumia. Vincenzo Piazza fu poi denunciato con Giancarlo Giugno per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Triskelion, eseguita nel febbraio 2010 dalla DDA e dal GICO del­la Guardia di finanza di Caltanissetta con­tro una “cellula” mafiosa della provincia di Enna operante in Lombardia e Bel­gio.
“Condizionare le scelte”
Il 7 novembre 2011, tre mesi prima che l’azienda di Vincenzo Piazza fosse presa di mira dall’interrogazione del sen. Lu­mia, la Prefettura di Caltanissetta comuni­cò che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione an­timafia erano «emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condi­zionare le scelte e gli indirizzi della sopra­citata società».
Alla base del pronuncia­mento, i conte­nuti di due rapporti della Questura di Cal­tanissetta, rispettivamente del dicembre 2010 e dell’ottobre 2011.
A seguito dell’intervento prefettizio, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area ser­vizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta decretò la sospensione della “Calcestruzzi Piazza” dall’albo delle im­prese per le pro­cedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il Capo ripartizio­ne per gli Af­fari generali del Comune di Niscemi di­spose l’esclusione della società dall’elen­co dei fornitori e dall’albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimen­ti, la fa­miglia Piazza presentò ricorso al TAR.
«La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte perso­nali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso», hanno scritto i legali della “Calcestruzzi”.
«Non si comprende, dun­que, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intro­missione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né am­ministratore».
Un’auto-assoluzione
Le di­chiarazioni degli avvocati produs­sero co­munque l’effetto di tranquillizzare il Di­partimento della Difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Sta­ti Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi: nessuno intervenne, in­fatti, per imporre il rispetto della legisla­zione anti­mafia e di quanto previsto in tema di for­nitura di beni e servizi dall’Accordo bila­terale Italia-USA del 2005. Il 23 maggio 2013 i diplomatici di via Veneto pubblica­rono invece una nota auto-assolutoria.
«Gli Stati Uniti sono un grande alleato delle forze dell’ordine ita­liane nella lotta alla criminalità organizza­ta in tutto il mondo. Ci siamo assicurati che tutti gli appaltatori e sub-appaltatori coinvolti nel­la costruzione del MUOS avessero le ap­propriate certificazioni “anti-mafia” e che non fossero legati al crimine organizzato. Queste certificazioni sono state convalida­te dalla Regione Sici­lia prima che il Mini­stero della Difesa ita­liano ricevesse i ne­cessari permessi per costruire».
Ma il TAR nega la sospensione
Il 7 novembre 2012, il TAR di Palermo esaminò il ricorso contro il provvedimen­to della Prefettura che aveva privato della certificazione antimafia l’azienda dei Piazza.
«Atteso che nell’informativa pre­fettizia (misura cautelare preventiva, che pre­scinde dagli accertamenti penali)è stata espressa una valutazione in linea con i ri­scontri istruttori, riferibili al contesto fa­miliare di riferimento, agli intrecci azien­dali tra gli stessi componenti il nu­cleo fa­miliare, e alle frequentazioni e cointeres­senze economiche con soggetti controin­dicati», il TAR respinse la do­manda di so­spensione presentata dagli im­prenditori.
Politica, affari e militarizzazione
Le illegalità all’interno dei cantieri del MUOS e l’arroganza dei potentati crimi­nali hanno sensibilmente ridotto l’agibilità democratica nella città di Niscemi: il cli­ma politico e sociale è tornato a farsi pe­sante come al tempo delle guerre di mafia, quando i boss criminali condizionavano pesantemente le istituzioni locali.
Presen­ze talmente ingombranti da sof­focare la vita amministrativa e costringere il Go­verno a decretare lo scioglimento del Co­mune di Niscemi due volte in meno di do­dici anni, la prima il 18 luglio 1992, il giorno prima dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, la seconda il 27 aprile 2004.
Uno stato di soggezione
«La situazione ammini­strativa risulta caratterizzata da rilevanti fenomeni di in­stabilità politica, determi­nati dalla grave situazione dell’ordine pubblico, che han­no determinato il susse­guirsi di tre giunte comunali, la prima del­le quali è stata pre­sieduta dal sindaco dott. Rizzo Paolo, le­gato da vincoli di parentela con esponenti della criminalità locale», ri­portò il primo decreto di scioglimento a firma dell’allora ministro dell’Interno Ni­cola Mancino.
Uno stato di soggezione, intimidazione e connivenza degli ammini­stratori locali registrato soprattutto nel settore degli ap­palti di opere pubbliche e servizi. Dello stesso tenore le motivazioni del secondo scioglimento per infiltrazione mafiosa.
“Influenzano il Comune”
«Le indagini svolte hanno pale­sato la capacità di influenzare l’attività del Co­mune di Niscemi e nonostante l’antece­dente scioglimento, la permanenza di sog­getti riconducibili in via diretta o indi­retta ad ambienti malavitosi, che già al tempo avevano orientato le scelte dell’ente», si legge nel decreto firmato nel 2004 dal mi­nistro Giuseppe Pisanu. «Nel quadro com­plessivo, caratterizzato da un atteggia­mento silente ed inattivo manife­stato da­gli amministratori, riconducibile alla ri­nuncia a contrastare il pericolo di tentativi di infiltrazione, rileva la figura dell’ex sindaco di Niscemi, cui viene ri­condotta la direzione ed organizzazione del sodali­zio criminoso, nonché il pieno controllo dell’attività amministrativa co­munale, con l’intento di privare dei poteri l’attuale sin­daco».
L’influente politico accusato di tenere le fila del crimine era ancora il medico Pao­lo Rizzo, dirigente Dc di corrente andreot­tiana (dal 2004 Udc), ma soprattutto co­gnato del boss Giancarlo Giugno e di Sal­vatore Paternò, figlio del “patriarca” An­gelo Paternò, denunciato il 18 dicem­bre 1984 alla Procura di Caltagirone per asso­ciazione mafiosa. Giugno e Pater­nò hanno sposato due sorelle dell’ex sin­daco Rizzo.
Due matrimoni celebrati alla pre­senza di ospiti “eccellenti”. Come attestat­o in un’udienza del processo “Iblis” su mafia e politica nell’area del calatino, alle nozze di Salvatore Paternò e Renata Rizzo parte­ciparono nel 1983 come testimoni il rap­presentante di Cosa Nostra nissena don Giuseppe “Piddu” Madonia e il futuro go­vernatore “autonomista” della Sicilia, Raffaele Lombardo.
Come per i due cognati, anche la fedina penale di Paolo Rizzo è macchiata da pe­santi procedimenti giudiziari. L’ex sinda­co fu arrestato con l’accusa di associazio­ne mafiosa nell’ottobre del 2004 nell’ am­bito dell’operazione Apogeo con altri quattro tra ex assessori e consiglieri co­munali di Niscemi. In seguito alle indagi­ni, il Ministero dell’Internò firmò il se­condo scioglimento del Comune di Nisce­mi; il processo si concluse però con l’assoluzione degli imputati per un vizio procedurale: i giudici ritennero inutilizza­bili le intercettazioni perché eseguite «in modo non conforme alla legge».


L’affaire Olmo SpA
Paolo Rizzo guidò il Comune di Nisce­mi ininterrottamente dal 1985 al settem­bre 1991 (prima come assessore e dal giu­gno 1988 come sindaco), periodo in cui furono avviati in contrada Ulmo i lavori di realizzazione della stazione NRTF della Marina USA. Ma in quegli anni altri im­portanti incarichi nell’amministrazione comunale furono ricoperti dai congiunti di personaggi ritenuti vicini a Cosa Nostra.
«L’appropriazione della cosa pubblica è più stretta ed organica», scrisse la Com­missione Parlamentare Antimafia dopo la sua visita a Niscemi nel 1994. «I boss più noti della zona, nomi come Salvatore Ar­cerito e Angelo Paternò, con una sorta di nepotismo e grazie alla loro forte influen­za sulla vita politica ed amministrativa, hanno piazzato nei posti chiave della bu­rocrazia comunale loro parenti. I vertici dell’ufficio tecnico e della ragioneria e lo stesso ex segretario comunale ed ex sinda­co avevano rapporti di parentela con per­sonaggi legati alla mafia. Al controllo del territorio si è aggiunto, quindi, anche il controllo dell’amministrazione».
Dalla lettura degli atti catastali risulta che i terreni destinati a ospitare le antenne militari USA furono venduti nel settembre 1988 al Ministero della Difesa dall’Olmo S.p.A. di Acireale (poi trasferita a Cata­nia), società con oggetto la trasformazione industriale di prodotti alimentari che fece però da vera e propria agenzia di compra­vendita immobiliare. Indicativa l’origine etimologica del nome della società per azioni. Niscemi deriva, infatti, dall’arabo nasciam che significa “olmo”.
Creata il 5 ottobre 1973 con un capitale deliberato e sottoscritto di 120 milioni di vecchie lire, l’Olmo S.p.A. era ammini­strata dall’imprenditore Antonino Patti, originario di Belpasso.
L’anno seguente alla costituzione, la so­cietà acquisì 440 et­tari di terreni in buona parte boschivi, rile­vandoli dal Consorzio nazionale per il credito agrario di miglio­ramento con sede a Roma e dalla famiglia niscemese dei Masaracchio, di antiche origini nobiliari (a vendere, nello specifi­co, fu Gioacchino Masaracchio). Alcune particelle furono acquistate infine dalla Società Industriale Zootecnica Agricola S.p.A. di Catania.
Conclusa la vendita delle proprietà im­mobiliari al Ministero della Difesa, l’Olmo S.p.A. fu messa in liquidazione (liquidato­re fu nominato tale Agatino Ca­tania). La costruzione delle prime infra­strutture all’interno della base NRTF risa­le al 1990: i lavori furono affidati dall’US Navy alla CEAP dei Fratelli Costanzo di Catania, azienda nella titolarità di uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa, come Giuseppe Fava soleva indicare l’establishment imprendito­riale-criminale che dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’90 esercitò il controllo su buo­na parte dell’economia siciliana.
Con la “protezione” dei mafiosi locali le opere comportarono una modifica della morfologia del territorio attraverso il taglio di tutte le specie vegetali, comprese le grandi querce plurisecolari della “Su­ghereta”. Un processo di desertifica­zione e annientamento dei corridoi ecolo­gici che non incontrò ostacoli amministra­tivi-burocratici né fu oggetto di denunce o proteste. Non poteva essere diversamente anche perché la militarizzazione della va­sta area destinata a riserva naturale si svolse sotto la “protezione” dei potentati mafiosi locali.
Da allora le élite poli­tico-criminali sono state un partner affidabile dei militari USA per esercitare il pieno dominio di un territorio convertito in avamposto di guer­ra e di morte. Perlome­no sino all’avvento del MUOS, quando centinaia di giovani e donne di Niscemi hanno potuto riscoprire, attraverso la lotta ai nuovi piani di egemo­nia globale degli Stati Uniti d’America, una propria identità comunitaria.

mercoledì 23 maggio 2012

Bolle, mille bolle, sul tribunale di Caltanissetta



Nel fumo di una sigaretta si dissolve in piena notte sullo schermo di una tv la malinconia di un sorriso. Tra il fumo mediatico e quello reale che riempie la stanza, misuro il tempo che mi separa dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, da quell’estate così calda che ha cambiato  irrimediabilmente la storia del nostro paese. Può sembrare rassicurante dopo venti anni trovare le pagine dei tg, dei programmi televisivi e della stampa, attenti a non perdere l’attenzione e la memoria su uno dei momenti più delicati e quindi meno conosciuti, del nostro paese. Mi rassicura al punto tale da farmi credere che finalmente, chiuse le pagine su un ventennio di volontarie censure e disinformazioni politiche, gli ingranaggi della “vecchia e cara” democrazia abbiano ripreso a marciare correttamente. Non che le nuove pagine appaiano limpide; l’attentato di Brindisi, se non altro, è il segno che il binario che accomuna la storia del terrorismo e della democrazia, non trovi mai fine nel nostro paese. Se, come in un gioco di specchi, provassimo poi a sovrapporre i due momenti, senza dimenticare burattini e burattinai che stanno in mezzo, la certezza che qualcosa non torni tra le maglie del racconto sembra concreta. Riavvolgere il nastro non è certo facile. Ciò che sfugge in questi giorni, mi sembra, sia ciò che accade già da anni al Procuratore Capo di Caltanissetta, Sergio Lari. 


Per capire meglio ricordo dunque l’attentato programmato, quattro anni fa, dalla mafia ai danni del magistrato della procura nissena per la riapertura delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del ‘92. Queste le sue parole: «Sono a conoscenza delle relazioni delle forze dell’ordine che parlano di un rischio di attentato ai miei danni da 4 mesi: da allora il ministro dell’Interno si è attivato per rafforzare le misure di protezione a mia tutela facendomi assegnare la scorta che ha sostituito la vigilanza semplice. Io comunque vado avanti nel lavoro con la serenità di sempre». Il suo lavoro è andato sicuramente avanti, con una velocità che non può che non ricordare le sigarette di Borsellino. Sergio Lari non ha dubbi sull’assassinio del magistrato Borsellino, sull’accordo e la trattativa tra Stato e mafia e sul patto tra esponenti di Cosa Nostra e uomini dei servizi segreti. Il suo lavoro, le revisioni del processo a carico di Gaspare Spatuzza, stanno stravolgendo il panorama delle indagini su Cosa Nostra, ribaltando condanne e certezze dell’ultimo ventennio, chiamando in causa quella sottile zona grigia tra stato e criminalità organizzata. 

 
Ciò nonostante la Procura generale della Cassazione vuole venire a conoscenza di quelle pagine in cui i magistrati di Caltanissetta, tra cui il il Gip nisseno Alessandra Giunta, parlano dei “protagonisti’’ della trattativa tra mafia-Stato con passaggi molto duri sulla classe politica dell’epoca. Nomi celebri come quello degli ex ministro dell’Interno e vicepresidente del C.S.M. Nicola Mancino, Virginio Rognoni, Giovanni Conso, l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, gli  ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, e l'ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante. Non c’è tanto da allarmarsi, senza dilungarsi è ovvio ripensare alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, secondo cui fosse stato Mancino a parlare col padre Vito, al suo appuntamento del 1º luglio del ‘92 con Paolo Borsellino, giorno in cui diventava ministro, alle sue amnesie in merito. Pensare all'impegno antimafia del Ministro Claudio Martelli criticato sulla base degli scambi elettorali tra il Partito Socialista Italiano e i pentiti Angelo Siino, Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, e al suo avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta nel crac sindoniano del Banco Ambrosiano, banca da cui il PSI aveva attinto il "conto protezione" grazie a Licio Gelli. Di Giovanni Conso, nominato nel governo Amato I al posto del dimissionario Martelli e riconfermato nel successivo governo Ciampi, direi che il 5 marzo 1993 depenalizzò, con un decreto legge retroattivo, il finanziamento illecito ai partiti tanto da scagionare gli inquisiti di Mani Pulite; anch’egli poi dimissionario all'indomani della scelta di Scalfaro di non firmare il decreto, in seguito alla protesta dei magistrati della procura di Milano. Lo stesso Conso che da Ministro di grazia e giustizia, nel marzo 1993, non rinnova il 41 bis ai 140 mafiosi sottoposti a carcere duro col pretesto, tutto individuale, di indurre cosa nostra a smettere con le stragi. Di Luciano Violante, presidente della Commissione parlamentare Antimafia dal 1992 al 1994, venuto a sapere da Tommaso Buscetta dell'esistenza di un terzo livello della mafia connesso alla politica. Del processo Mori, di Rognoni e delle sue pregresse responsabilità sull’omicidio Moro, e delle amnesie di Amato premier nell'anno delle stragi.


Ecco perché, a prescindere dalle rispettive responsabilità penali, ciò che fa riflettere è il giudizio sulla responsabilità di una classe politica che ha governato il Paese in un momento così delicato. Così Lari: «Poteva un governo di transizione, che voleva prefigurare una nuova Italia, permettersi di trattare apertamente con la mafia? Ecco, dunque, la necessità di agire senza clamore. Ecco, dunque, il verosimile motivo di tante amnesie da parte di uomini di Stato, che per alcuni sono durate 17 anni, per altri continuano, probabilmente, a perdurare ancora oggi». Prima che la Cassazione requisisse le carte di via D’Amelio giustificando la richiesta come una normale attività di vigilanza, il 20 luglio 2010 il Procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo affermava che se magistratura e stato fossero stati capaci di reggere le verità emerse sulle stragi, a crollare sarebbe stato il sistema politico italiano. Per capire facilmente voglio dire che meno di un mese fa, un attentato incendiario ai danni del magistrato e della moglie, il gip Antonella Consiglio, ha messo in pericolo alcune proprietà in contrada Zucco, in territorio di Terrasini. Chiaramente Gozzo è un magistrato impegnato nelle indagini sulle stragi del ‘92-’93 e in quelle relative alle cosche mafiose gelesi; il suo nome, al pari di Sergio Lari, è emerso tra gli elenchi del nuovo piano di Cosa Nostra teso a colpire alcuni magistrati siciliani impegnati nelle indagini antimafia. Ma tornando al 2010 e all’eventuale crollo del sistema politico: a calmare gli umori non a caso è stato Beppe Pisanu, deputato D.C., Forza Italia, poi P.D.L., ex ministro degli interni, più volte sottosegretario di stato al Tesoro e alla Difesa, piduista, anch’egli coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano, responsabile primo dei brogli elettorali delle politiche del 2006 ma non ultimo eletto l'11 novembre 2008 presidente della Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia su indicazione dei Presidenti di Camera e Senato.


Non sembra poco per intuire come, tra pupazzi e pupari, dietro l’ufficialità istituzionale si sveli quella sottile zona grigia tra stato, massoneria deviata e criminalità organizzata. Fu lo stesso Giovanni Falcone a dimostrare come dietro il criptico Camea -i cui membri diedero ospitalità al piduista Michele Sindona durane il suo finto sequestro siciliano- si annidasse una grande loggia segreta che, coadiuvando le minori Iside 2, Ciullo d' Alcamo, Armando Diaz, univa gli uomini di onore di Cosa Nostra con la massoneria segreta in odor di affari e giustizia. Vero baricentro per uomini politici, magistrati, trafficanti di armi e droga, imprenditori, capimafia, banchieri, notai, avvocati e ingegneri. Solo dopo le stragi del ‘92 si apprende che ad essa erano affiliati, tra i tanti, Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate. L’orizzonte delle logge segrete di fatti spiega perché durante gli anni ’80 venissero affiliati alla massoneria personaggi come Angelo Siino,  “ministro dei lavori pubblici”di Totò Riina e coinvolto nello scandalo elettorale del psi, o Salvatore Greco di Ciaculli, dell’Armando Diaz, detto "il "senatore" per l' abilità nel contattare e convincere i politici. All' Armando Diaz erano iscritti anche magistrati, avvocati, professionisti, editori. C' erano anche i cugini Salvo, Nino e Alberto e il Gran Maestro Pietro Calacione, impiegato dell' ospedale civico che aveva buoni contatti pure alla Casa Bianca, il deputato della D.C. Canino. Si tratta di un intreccio sempre meno misterioso, anno dopo anno, inchiesta dopo inchiesta, fino alle 1687 pagine della requisitoria sui delitti politici di Palermo. Fra quei fogli c' è il verbale dell’interrogatorio di Nara Lazzerini, una donna che frequentava Licio Gelli che confessa tra gli amici del Venerabile la presenza di due siciliani, l' euro-parlamentare Salvo Lima e l' onorevole Luigi Gioia. La venuta di Sindona per altro non era indifferente sulle sorti della storia siciliana: è lo stesso Stefano Bontade a spiegare i benefici di un’affiliazione piduista al boss Michele Greco, benefici che sarebbero arrivati sia sul piano politico-finanziario, sia su quello di un possibile golpe separatista della regione.

 
Ma Chi è Gelli, chi è Sindona, cos’è la P2, cosa sono le trame atlantiche, Gladio, quale il ruolo dei vertici politici, finanziari e militari nei decenni che precedono le stragi del ’92, e in quelli successivi che vedono la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita di uno dei partiti più anomali della storia della repubblica. Le inchieste parlamentari e il lavoro di Tina Anselmi e Sergio Flamigni hanno chiarito ampiamente le responsabilità della loggia segreta, la sua missione anticomunista, il suo fine eversivo e golpista nei confronti della repubblica italiana. Non c’è spazio per ricostruire le manovre e la scalata al successo della P2 di Gelli, del coinvolgimento diretto nelle stragi della storia italiana, tra cui l’operazione Tora-Tora e il golpe Borghese, piazza Fontana e della Loggia, dell’Italicus, nel delitto Moro e Pecorelli, nella scalata ai mass-media e nel crollo dell’Ambrosiano, delle sue diramazioni internazionali, tra cui il golpe di Pinochet e le relazioni con i servizi segreti americani. In poche battute mi piacerebbe dire come questa organizzazione segreta annoveri tra i tanti -oltre 3000 affiliati- il fratello Silvio Berlusconi con tessera n. 1816, codice E. 19.78. Lo dico perché mi sembra giusto ripensare alla vicenda Berlusconi, non tanto dal ’93, anno della fondazione della società di produzione multimediale Mediaset o dal ’94, anno a partire dal quale ottiene fino ad oggi quattro incarichi da presidente del Consiglio,  e diventa il terzo politico italiano per durata complessiva al governo e il primo dell'Italia repubblicana, ma perché è giusto guardare agli iceberg rendendosi conto di ciò che sta al di sotto del mare. 


Berlusconi sin dai ’70 è parte integrante dei progetti piduisti, così come ha ampiamente dimostrato Travaglio con la sua lettura comparata del Piano di Rinascita gelliano e le iniziative politiche e economiche berlusconiane. Tra tutti l’assalto ai mass-media e gli attacchi alla magistratura. Aggiungerei anche l’insistenza sul ponte di Messina, progetto piduista contemplato già nei ’70 e la costante presenza del premier sul panorama finanziario massone. Afferma Sindona che la milanese Banca Rosina, attraverso la quale il palazzinaro Berlusconi incentivava la sua speculazione edilizia, insieme al Banco di Sicilia sono i referenti diretti del riciclaggio di Cosa Nostra. Il magistrato piduista Elio Saggia, tessera P2 n. 1888, indagato dalla commissione disciplinare del ministero dell’Interno ed espulso dall’ordine nel 1983 dal Csm, diventerà uno dei numerosi avvocati di Silvio Berlusconi. Lo stalliere, il boss mafioso Vittorio Mangano, legato ai fratelli Grado, -a loro volta parte in causa di un traffico internazionale di armi e droga alle dipendenze di una regia piduista- terminale milanese della famiglia palermitana di Porta Nuova, non è l’unico criminale a dimorare tra le mura di Arcore, lo accompagnano infatti Ciccio Mafara, boss ucciso in un agguato mafioso, i fratelli Contorno e gli stessi Grado. Non è un caso dunque che gran parte dei fratelli piduisti venga scagionato dal giudizio della commissione disciplinare, per trovarsi indenne e pienamente rappresentata all’interno della seconda repubblica e parte attiva nel “nuovo governo” Berlusconi: possiamo dirlo con certezza di Publio Fiori, n. 1878, ministro ai Trasporti, Antonio Martino, “aspirante piduista” con domanda inoltrata di affiliazione, Fabrizio Cicchitto,  n. 2232, e il già citato Beppe Pisanu. Lo stesso Gelli, in perfetto stile massone, conterà 7 ministri piduisti, senza precisare i nomi nel primo governo Berlusconi. L’idea del ponte poi, non è soltanto geografica ma chiaramente culturale e politica, il fatto che la Sicilia sia stata sempre roccaforte berlusconiana e che Angelino Alfano prima e poi Nitto Francesco Palma si siano succeduti in ultima battuta come ministri di giustizia, credo che parli da se.  


Senza creare relazioni dirette e presunte connivenze la Corleone di oggi è proprio la meno celebre Palma di Montechiaro, paese di provenienza dell’omonimo ministro e realtà politica da cui proviene Alfano. Ridurre Berlusconi a questo purtroppo è poco, ma vorrei tornare alle stragi del ‘92 e quindi a quelle del ’93 per annotare come se l’unico movimento politico a beneficiarne apparentemente sia stato proprio quello berlusconiano,  il carro dei nuovi vincitori traghetta nell’imminente futuro gran parte delle idee  e delle forme di un vecchio potere che controlla ormai il paese almeno sin dai ’70. Lo sapeva bene il piduista siciliano Sindona: «Gli ho detto che lui - Giovanni Falcone-, la Commissione parlamentare antimafia, e le controparti americane -per quanto ammirevoli siano le loro intenzioni e la loro dedizione- non si erano nemmeno avvicinati, e mai ci sarebbero riusciti, agli odierni centri del potere creati dal traffico della droga. Gli dissi che quei centri sono veri ingranaggi, le vere fornaci che fanno funzionare qualcosa che è stato solo superficialmente sfiorato dalla cattura e dalla confessione di gente come Buscetta e Badalamenti, o dalla scoperta della cosiddetta “Pizza connection” e “Sicilian connection”». Verità non molto lontane dalle analisi del procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari:  «In Italia la questione criminale e la questione sulla giustizia non sono aspetti secondari, ma s'intrecciano alla storia del Paese. A 20 anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, la situazione è molto cambiata, ma quei fatti hanno condizionato pesantemente la storia del nostro Paese … Fare chiarezza su quei fatti oggi vuol dire ricostruire le radici politico-istituzionali del Paese. Molti ragazzi non hanno vissuto la drammaticità di quegli anni -aggiungendo- l' esigenza di fare chiarezza su quei fatti significa anche ricostruire le radici dell'attuale evoluzione dell'assetto politico-istituzionale del nostro Paese -il magistrato ha quindi concluso- Quando sento parlare di mandanti esterni rispetto alle stragi del '92 mi viene da sorridere. Chi conosce bene l'organizzazione Cosa Nostra sa bene che non riconosce nessun'altra autorità, che nessuno è in grado di darle ordini. Semmai con la mafia si possono ipotizare alleanze di natura strategica che possono essere intessute solo quando Cosa nostra è interessata a stipularle. Quindi, piuttosto che di mandanti esterni, parlerei di concorrenti esterni, cioè di soggetti che nella fase esecutiva delle stragi possono avere avuto interesse a sedersi allo stesso tavolo per portare avanti un obiettivo parallelo». 


Non c’è da meravigliarsi dunque sulla richiesta della Procura generale della Cassazione di invio dell’ordinanza su via D’Amelio: a prescindere dalle competenze, che non sembrano specifiche in merito, anche perché nessuna responsabilità è stata accertata ancora a carico di personalità politico-istituzionali nel disegno criminale stragista, sembra significativo quanto detto da Giovambattista Tona, il presidente dell’Anm nissena che per dieci anni ha fatto il gip nel distretto di Caltanissetta: «Non ricordo ci siano precedenti analoghi, credo anzi che non ce ne sia neppure uno», ma la Cassazione chiede le carte di via D’Amelio “E solo una normale attività di vigilanza”.

                              testo e foto santo mangiameli 

giovedì 29 marzo 2012

Trinacrian cementi: pizzini, affari e new town


Mafia, cemento, arresti, sequestri, aziende e appalti, associazioni a delinquere, frode in pubbliche forniture, profitti illeciti, assenza di servizi e disastri ecologici, speculazione edilizia, cementificazione: catena lessicale che violenta la storia del “sistema ambiente Sicilia” dal dopoguerra a domani. Il cemento, la “civiltà del cemento” assorbe in un vuoto identitario la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra ecologia, la nostra economia. 

Palermo, quartiere Brancaccio, foce del fiume Oreto
            
Cementificare vuol dire solidificare, ma è una traduzione apparente, cementificare vuol dire appesantire, separare, negare, alienare; perché c’è differenza tra la pietra e i pezzi in arenite, il forato e il cemento armato: ad ognuno corrisponde una civiltà, un’umanità e un futuro differenziato. Vivere in una casa in pietra, in un terzo piano abusivo o al decimo piano di un cubo armato non è la stessa cosa. Se provassi a decifrare il mio paesaggio, come realtà partecipata, come eredità del passato affidata alla nostra responsabilità, non potrei fare altro che inorridire dinnanzi a quel “consenso” che ha stretto, come in una morsa, collettività e industria, economia e mafia. 

Palermo, quartiere Brancaccio
 Sono cresciuto in un quartiere dove ho visto cambiare prima le case e poi la gente. Giocavo da piccolo all’ombra di case che crescevano in altezza notte dopo notte sotto il nome del dio forato, poi un’altra notte, quella del terremoto e l’arrivo del cemento “sicuro”. Vidi allora per la prima volta scendere da un elicottero, tra la polvere di un campo di calcio, Bertolaso. Una microstoria che sarebbe diventata l’antefatto di un’indagine sul vissuto, una critica alla cultura egemone. 

Catania, uno dei palazzi di Librino
 Meno di un anno fa, "Doppio colpo", l’indagine seguita dai carabinieri e dalla guardia di finanza di Caltanissetta che ha interessato Sicilia, Lombardia, Lazio ed Abruzzo, ha disposto fermi per alcune figure ai vertici «di "cosa nostra", accusati dei reati di associazione mafiosa e illecita concorrenza con violenza e minaccia e alcuni dirigenti della Calcestruzzi s.p.a. di Bergamo, che devono rispondere di associazione per delinquere e frode in pubbliche forniture. Il provvedimento ha colpito beni per 5,5 milioni di euro e ha imposto sigilli ad un indotto industriale che va da Polizzi Generosa, Riesi, Campobello di Licata, Mussomeli, Caltanissetta, Gela a Bronte. 

Catania, veduta di Librino dallo scorrimento elevato

Dal report di Legambiente si apprende invece che: «La Lombardia, come aziende confiscate (205) è la terza regione d’Italia, dopo Sicilia (561) e Campania (317). E Milano, con 190 immobili sottratti ai clan, è la quinta città d’Italia, dopo Palermo (1924), Reggio Calabria (245), Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania (230) e Roma (209). Come ha sottolineato lo stesso Presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu, in occasione della Relazione di metà legislatura (maggio 2011), non c’è alcun dubbio sul fatto che le mafie hanno oramai «il loro portafoglio al Nord». Nell’anniversario del bel paese il cemento unifica l’Italia più di Benigni e di ogni altra ideologia: mafie e imprese del nord e del sud, sono complici di un sistema edilizio e un’idea di sviluppo che diventa ecomafia nazionale. 

Caltanissetta, i palazzi adiacenti il Tribunale e Viale della Regione
Non c’è da stupirsi,  c’è una linea di pensiero, un’evidenza politica e un’assenza di civiltà, così come hanno detto e denunciato negli ultimi decenni gli insabbiati Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Pier Paolo Pasolini e di recente, anche al di là della  “linea Gotica”, Giovanni Tizian. A calmare gli umori non servono le parole istituzionali di Beppe Pisanu, professionista del potere e responsabile anch’egli di una politica che sin dal dopoguerra ha alimentato violenza, corruzione e speculazione: deputato di Forza Italia e P.D.L. ex ministro degli Interni, ex D.C., più volte sottosegretario di stato al Tesoro e alla Difesa, massone della P2 e coinvolto nello scandalo del Banco Ambrosiano, nei brogli elettorali delle politiche del 2006, nel caso calciopoli, non ultimo eletto l'11 novembre 2008 presidente della Commissione Parlamentare Bicamerale Antimafia su indicazione dei Presidenti di Camera e Senato. Cos’altro ha da dire? 

Calatanissetta, le architetture di Viale della Regione
Se non si comprendono i moventi e gli scambi di una zona grigia, come il cemento, della politica italiana che intreccia partiti, finanza, massoneria, mafie e imprese, difficilmente potremo capire il riciclaggio pluridecennale della stessa classe politica che ci ha impoveriti, impauriti e obbligati a vivere in caserme al cemento, in periferie desolanti lasciate al libero arbitrio della criminalità, in città sempre più malsane e prive di storia. 

Calatanissetta, le architetture di Viale della Regione
Librino e il suo “palazzo di cemento”, Brancaccio e lo Zen, sono solo gli esempi urbanistici più conosciuti di una prassi meridionale fatta di varianti progettuali, abusivismo, edilizia popolare, speculazione, riciclaggio, cattiva gestione amministrativa del territorio; una prassi che genera degrado sociale, dispersione scolastica, alienazione umana tra carcasse, ferraglie arrugginite, asfalto, randagi e tralicci dell’alta tensione. Non ultimo: bacini elettorali sicuri e di facile controllo. 

Agrigento, i palazzi che hanno cancellato l'impianto medievale
 Con il cemento e nel suo nome si disegna un’idea di modernità scandalosa che recita, senza alcuna esitazione, la precarietà del pensiero ecologico e la sicurezza dell’invaso al metro cubo. All’ombra dei palazzi giace l’ombra della democrazia: questa è protezione civile. Modernità, pizzini, e new town, modernità, pizzini e metropolitane, così a Palermo, così a Catania, basta collaborare: se in un primo momento, i boss palermitani avevano imposto uno stop alle cosche catanesi, la mediazione di alcuni capimafia vicini a Provenzano, ha fatto si che i catanesi contribuissero con gli appalti di Bagheria e Villabate. A sua volta l’elefantino sotterraneo è il più lento e il meno efficace nella storia dei cantieri specializzati: «solo 3,8 i chilometri realizzati e 6 le stazioni a Catania tra il 1987 e il 1991 (la tratta è però entrata in esercizio nel 1999, dopo 12 anni dall’inizio dei lavori) che diventeranno meno di nove nel 2012, anno previsto per la consegna delle tratte attualmente in fase di costruzione». Chissà perché, forse la stessa storia di varianti e invasi al metro cubo avrà conquistato gli inferi? Qui non c’è razzismo, c’è comprensione del diverso, questa è democrazia.

Costruzioni sulla Agrigento Palermo

Porto Empedocle, edifici in cemento abbandonati

Ragusa, cementificio in pieno centro

Testo e foto Santo Mangiameli