giovedì 12 febbraio 2015

“A un dio senza fiato non credere mai”


 “in oltre avverrà che la capacità di odio,

rimasta inappagata nella direzione degli oppressori,
si riverserà, irragionevolmente sugli oppressi”
(Primo Levi)

Alle spalle un mosaico nella nebbia della salizada, ogni incastro una parola, più parole, la scrittura. Occhi chini sul libro, naufraghi nell’inchiostro, puntati a investigare una semiosi infinita di segni. Così voleva Salomone: svelare l’enigma con l’aratro. (Giudici, 14,18). Tra i segni il tempo, nel tempo i sogni. Quand’eri piccolo ti innamoravi di tutto, seguivi gli aquiloni, le bolle dell’acquario, credevi che il mondo fosse un pallone e lo rincorrevi tra i cani sulla spianata assolata. Ma adesso i capelli e la barba sono cresciuti. Lo Yom Kippur è un'espiazione, un amaro in bocca che sa di pane dolce, sporco di sangue. Al tempo della mietitura del grano e dell’orzo il vento era un sospiro di gioia. (Geremia 5, 24, Deuteronomio 16, 9,Isaia 9, 2). «Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, la primizia dei primi prodotti della tua terra».(Secondo Esodo 34, 18--26). Dal Golan spirava il vento e sulle alture moriva la notte.



Ma la colpa che generava l’esilio allontanava il saggio dalla sapienza, dalla parola di dio. Così il decalogo si compie in un enunciato: leggere per saziare un ventre profano, un’anima in esilio.

“in oltre avverrà che la capacità di odio,
rimasta inappagata nella direzione degli oppressori,
si riverserà, irragionevolmente sugli oppressi”
(Primo Levi)

Alle spalle un mosaico nella nebbia della salizada, ogni incastro una parola, più parole, la scrittura. Occhi chini sul libro, naufraghi nell’inchiostro, puntati a investigare una semiosi infinita di segni. 
Così voleva Salomone: svelare l’enigma con l’aratro. (Giudici, 14,18). Tra i segni il tempo, nel tempo i sogni. Quand’eri piccolo ti innamoravi di tutto, seguivi gli aquiloni tra le bolle dell’acquario, credevi che il mondo fosse un pallone e lo rincorrevi tra i cani sulla spianata assolata. Ma adesso i capelli e la barba sono cresciuti, sporca di sangue e di torta al formaggio cucinata per lo Shavuot. Al tempo della mietitura del grano e dell’orzo il vento era un sospiro di gioia.(Geremia 5, 24,Deuteronomio 16, 9,Isaia 9, 2). Ma il sigillo di Salomone illuminava la notte sulla striscia di Gaza e in pianto contava le ore sotto il velo una madre.  



«Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, la primizia dei primi prodotti della tua terra» (Secondo Esodo 34, 18-26) 


Ma la colpa che generava l’esilio allontanava il saggio dalla sapienza, dalla parola di dio. Così il decalogo si compie in un enunciato: leggere per saziare un ventre profano, un’anima in esilio. E se l’istinto dell’uomo è cattivo sin dalla sua giovinezza è un bene la tua umiliazione, perché nella sua umiliazione hai appreso la sua volontà. (Salmo 119, 71) Perché non c’è verità nell’età, ma nella purezza profetica della scrittura che genera virtù. Ma piangi e pensi a quand’eri piccolo, quando ti innamoravi di tutto, seguivi gli aquiloni tra le bolle dell’acquario, credevi che il mondo fosse un pallone e lo rincorrevi tra i cani sulla spianata assolata, lontano dal sillogismo. Adesso i capelli e la barba sono cresciuti. Oggi hai le spalle larghe, all’ombra di un cappello le tue mani offrono al freddo le prime rughe, silenzioso insegui il dono della sapienza. Negli specchi, non più parole ma poche istantanee di un lager senza anima, una schiavitù privilegiata, tanto odiosa quanto più privilegiata.



o è cattivo sin dalla sua giovinezza è un bene la tua umiliazione, perché nella sua umiliazione hai appreso la sua volontà. (Salmo 119, 71) Perché non c’è verità nell’età, ma nella purezza profetica della scrittura che genera virtù. Ma piangi e pensi a quand’eri piccolo, quando ti innamoravi di tutto, seguivi gli aquiloni tra le bolle dell’acquario, credevi che il mondo fosse un pallone e lo rincorrevi tra i cani sulla spianata assolata, lontano dal sillogismo. Adesso i capelli e la barba sono cresciuti. Oggi hai le spalle larghe, all’ombra di un cappello le tue mani offrono al freddo le prime rughe, silenzioso insegui i passi di una preparazione adeguata a ricevere il dono della sapienza. Negli specchi, non più parole ma poche istantanee di un lager senza anima, una schiavitù privilegiata, tanto odiosa quanto più privilegiata.





domenica 9 novembre 2014

GRASSROOTS: un fiume di pensiero solidale




Crisi is on my mind! Per le strade, sui giornali, ovunque; che lo voglia o meno, la crisi non da tregua: mi accompagna come un mantra infinito. Ma -e con quanta ironia- , il greco κρίσις vuol dire scelta, decisione. Se così è, mi decido a capirne di più, a fare la mia scelta. Edgar Morin ha detto che se questa è una crisi di pensiero lo è perché “il grano della cultura scientifica non arriva più al mulino della cultura umanista”. Ne segue che nella nostra società qualsiasi spazio critico corra il rischio di diventare vittima di uno scientismo folle e senza scrupoli. C’era una volta -e non è una fiaba- l’umanesimo, c’era un tempo nel quale in questo paese ci si impegnava a credere, era il tempo in cui a stupire era il calcolo e la parola, l’idea e la forma, l’uomo e la natura: cos’è l’umanesimo se non compassione per gli altri e per il mondo. Così sono cresciuto, sapendo che questa è stata l’Italia, la mia terra, la mia parola. Dai ponteggi di Assisi al senno di Astolfo, dal cannocchiale all’utopia di un monaco calabrese, dalla ginestra ai quaderni dal carcere, dalla resistenza al suicidio di ogni luna e falò, qualcosa è cambiato. Sul lungo mare di Ostia non ho visto crescere quel grano e ancora oggi l’ho visto violentato, inaridito, sfruttato a più non posso da mani fin troppo avide. Un mulino senza fiume è una ruota inceppata; e senza fiume, né ruota, non c’è pensiero, umanità, civiltà. Questo "villaggio" che oggi codifica il futuro sull’inganno allo specchio,  incassa e spreme indistintamente nella sofferenza di un conflitto endemico. Capire, informare, comunicare, condividere, costruire ecco cos’è che stiamo perdendo. La conoscenza -continua Morin- "è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società". Come dire che è "meglio una testa ben fatta che una testa ben piena".  Di teste piene, stravolte, ossessionate ne ho viste tante, sarà per questo che ovunque io vada e con chiunque io parli non senta altro che il riverbero di una crisi sempre più dissimulata: distillata come olio santo dalla casta sacerdotale, spalmata a colpi di manganello e manovre fiscali, incisa nell'inconscio, essa sembra avere impedito ogni altra via. Cosa non si farebbe per venirne a capo; e intanto la demolizione dei diritti sembra quasi approssimarsi alla fine di una civiltà. Cosa fare? Un diritto alla città -spiega Henri Lefebvre- che vada contro qualsiasi forma di esclusione», un diritto alla città, sia essa locale o globale, una nuova forma mentale e sociale che muova dal basso intesa in termini di diritto esteso alla città. Una città che superi la cartografia e nella quale, dice Amartya Sen, non siano importanti solo l’accesso al cibo o la disponibilità di una casa adeguata, ma la libertà di poter scegliere fra differenti traiettorie per la propria vita. Ed è un pensiero che scorre lento come un fiume di saggezza, che mi consola quando gli argini sembrano crollare, in ogni momento in cui la crisi is on my mind.   
testo e immagini 
santo mangiameli

lunedì 8 settembre 2014

distrofainstrofa: "e di poeta cavallar mi feo"




«… il Furioso è un libro unico nel suo
genere e può – quasi direi deve – esser
letto senza far riferimento a nessun altro
libro precedente o seguente; è un universo
a sé in cui si può viaggiare in lungo e in
largo, entrare, uscire, perdercisi. … Ariosto
sembra un poeta limpido, ilare e senza
problemi, eppure resta misterioso: nella
sua ostinata maestria a costruire ottave su
ottave sembra occupato soprattutto a
nascondere se stesso. Egli è certo lontano
dalla tragica profondità che avrà Cervantes,
quando un secolo dopo, nel Don Chisciotte,
compirà la dissoluzione della letteratura cavalleresca. 
Ma tra i pochi libri che si
salvano, quando il curato e il barbiere
dànno alle fiamme la biblioteca che ha
condotto alla follia l’hidalgo della Mancia c’è il Furioso…»

Italo Calvino